Quell’eterno dilemma tra legalità e opportunità

Focus

Il conflitto è tutto dentro la politica: il problema è della politica e della sua debolezza, che non è chiamata ad entrare nel merito di contestazioni mosse nei confronti del politico

Non esiste cronaca giudiziaria che coinvolga politici e rappresentati delle pubbliche  istituzioni che inevitabilmente non conduca alla peggiore deformazione del sistema democratico. O ancora meglio alla sua abdicazione, alla sospensione della regola democratica di fronte ad una ragione presunta superiore: l’opportunità.

L’opportunità è diventata e si è imposta come una sorta di norma non scritta, ma materialmente prevalente, capace di superare dettami costituzionali, diritto penale e in alcuni casi persino il buon senso.
Un mantra, quello dell’opportunità, usato e abusato fino a sostituire il principio della legalità che si fonda, o dovrebbe fondarsi, sul dettato costituzionale per cui nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva. Un principio che nulla toglie all’autonoma, doverosa, necessaria attività degli organi inquirenti e giudicanti.
Non c’entra nulla il conflitto tra politica e giustizia, nulla. Il conflitto è tutto dentro la politica: il problema è della politica e della sua debolezza, che non è chiamata ad entrare nel merito di contestazioni mosse nei confronti del politico. Di fronte a quelle contestazioni, d’altra parte, la reazione non può essere l’opportunità e neanche la solidarietà, vera o presunta, ma l’affermazione del principio di legalità: difendersi nel processo, rispettare le sentenze, fino a quella definitiva. Perché solo il tempo della sentenza definitiva è il tempo delle conseguenze.

In nome dell’opportunità un avviso di garanzia, percepito come preventiva condanna (innanzitutto morale prima che giudiziaria) e strumentalizzato politicamente, a seconda dell’appartenenza politica dell’accusato, conduce ad essere alternativamente garantisti o giustizialisti.
Il punto è che nel conflitto tra la percezione immediata, come penalmente rilevante dall’opinione pubblica, e la realtà nel tempo lungo, ovvero le sentenze di assoluzione e condanna, le valutazioni di opportunità hanno ceduto all’umore ad una piazza sempre più mediatica.

Tutto ciò non riguarda solo il destino delle persone coinvolte in una inchiesta giudiziaria ma il limite della democrazia rappresentativa: è opportuno interrompere la scelta elettorale in assenza di un processo, di un rinvio a giudizio, di una condanna?

Non mi sfugge che dentro questo delicato crinale le forze politiche sono chiamate a compiere scelte complesse, che richiedono segnali ma che inevitabilmente anticipano sentenze e legittimano l’idea della prevalenza della opportunità (politica), alle legalità (giustizia) solo successiva.
Spetta alla politica, senza farsi sostituire da altri poteri, giudiziari e mediatici, la selezione e la verifica della propria classe dirigente, garantendo tuttavia l’autorevolezza della tenuta garantista, perché è l’unica opzione costituzionalmente prevista. Il giustizialismo è ipotesi non contemplata dalla Costituzione e dal diritto, ma è una degenerazione dell’opportunismo politico.

L’elenco quotidiano dei nomi degli assolti, che pure avevano riempito pagine e telegiornali, guadagna, al massimo, evanescente irrilevanza mediatica (l’assoluzione non fa notizia) e non interessa. Perché? Rispondere a questa domanda significa iniziare a recuperare autorevolezza della risposta nel devastante contrasto tra percepito e realtà, tra opportunità e legalità.

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