Manovra, perché i conti non tornano

Focus

Mancano le risorse per reddito di cittadinanza e quota 100. Mentre i dettagli di entrambe le misure verranno inseriti in due decreti legge

I conti non tornano rispetto a quanto era stato prospettato inizialmente. Con l’approdo della manovra in Parlamento si prospettano settimane molto delicate per il governo, con una maggioranza che appare tutt’altro che coesa. E visto il prologo su condoni, Tav e Tap a cui abbiamo assistito in queste settimane, ci si aspetta uno spettacolo piuttosto movimentato fatto di schermaglie e scintille.

Perché i conti non tornano, si diceva. E le idee non combaciano. Nonostante siano stati messi a bilancio quasi 37 miliardi (di cui 22 di nuovo deficit) non ci sono abbastanza risorse per mantenere le promesse portanti.

“Quota 100” della Lega sembra più una finestra per permettere il pensionamento anticipato per alcuni (solo nel 2019). Il reddito di cittadinanza appare invece molto lontano dai 780 euro sbandierati durante la campagna elettorale.

E soprattutto, su entrambe le misure, ci sono ancora incognite assolute.

Il punto più controverso, infatti, è che quelle due misure nella manovra non ci sono proprio – cosa forse mai successa per provvedimenti di tale portata politica. Nella legge di Bilancio c’è un articolo generico che parla di un “fondo per reddito di cittadinanza e pensioni”. Tradotto: le due grandi promesse saranno definite in due distinti decreti che verranno presentati successivamente. È stata scelta la via del decreto e non del disegno di legge perché, ha specificato Di Maio, si tratta di urgenza.

Resta quindi una manovra ad alto tasso politico e con una forte componente di scommessa. Più che altro un azzardo, visti i difficili tempi di congiuntura economica difficile.

Volendo tuttavia analizzare l’efficacia del fondo messo a disposizione per reddito di cittadinanza e pensioni, emerge chiaro come quelle promesse non potranno mai essere mantenute.

Va premesso intanto un fatto: all’inizio la manovra prevedeva un impegno finanziario inderogabile di 16 miliardi per entrambe le misure; mentre nell’ultima versione – grazie anche alla pressione del presiedente Mattarella – si è scoperto che quei fondi potevano essere utilizzati anche per altro, come la riduzione del deficit.

E seppure quei 16 miliardi fossero utilizzati completamente non basterebbero di certo. Lo ha ribadito oggi in un’analisi Federico Fubini sulle colonne del Corriere della Sera.

“Solo per integrare fino a 780 euro al mese i redditi dei circa tre milioni di italiani con dichiarazioni fiscali fino a mille euro l’anno, servirebbero 26 miliardi – spiega Fubini – Per integrare le entrate degli oltre sette milioni che denunciano al fisco redditi fino a 500 euro al mese, occorrono più di 50 miliardi l’anno”.

E a nulla servirebbero le limitazioni previste per i proprietari di abitazioni, visto che tra i più poveri è raro il possesso di una casa di proprietà. Altre analoghe difficoltà vengono riscontrate nella quota 100, su cui sono stati destinati solo 6,7 miliardi per il 2019 e poi qualcosa in più negli anni successivi. Una misura su cui non sono stati considerati, ad esempio, i sette miliardi di euro che può costare fino al 2021 la liquidazione dei dipendenti statali.

Per questo il problema dei conti pubblici c’è eccome. E se la rassicurazione del ministro Tria nei confronti dell’Europa ha un qualche valore – nonostante Di Maio e Salvini ci abbiano abituato a non doverne tenere conto – l’esecutivo sarà costretto ad aumentare le entrate quando si ritroverà con i conti in subbuglio. Ipotesi che potrebbe concretizzarsi fra non molto visto l’andamento della nostra economia (l’ultimo dato diffuso dall’Istat parla di crescita zero per il terzo trimestre 2018).

È oltretutto abbastanza paradossale come il motivo principale per cui l’Italia potrebbe essere costretta a correggere i conti sia legato proprio alla stima di crescita che lo stesso governo ha voluto inserire nella manovra (contro il parere della maggior parte degli esperti e delle principali istituzioni). Se infatti il Pil del nostro paese non dovesse crescere dell’1,5%, come ipotizzato dall’esecutivo, i parametri legati al deficit peggioreranno e serviranno nuove risorse. Alcuni ipotizzano la strada dell’aumento d’Iva, piuttosto che una patrimoniale. Si vedrà.

Resta il fatto che finora non è stato messo a punto nulla di concreto: la manovra resta un prologo politico, un rinvio delle promesse che arriva alla vigilia di un anno molto difficile. Di fatto un mega annuncio verso elezioni molto significative.

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