Leggi razziali, 80 anni fa a Trieste l’inizio dell’orrore

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Martina alla risiera di San Sabba: “Ricordare ogni giorno, in un’epoca in cui troppo spesso ci si dimentica di ciò che è stato”

Ottanta anni fa, il 18 settembre del 1938, per la prima volta risuonarono in Italia le tragiche parole che avrebbero portato, poi, alla promulgazione delle leggi razziali.

A pronunciarle davanti a una folla di 150mila persone radunate in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste fu Benito Mussolini, che con quell’annuncio – che diventerà poi ufficiale nel novembre dello stesso anno, con l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri -, capitolava definitivamente alle ragioni dell’alleato nazista.

Da quel giorno dunque si aprì ufficialmente uno dei capitoli più vergognosi della nostra storia, con gli incolpevoli ebrei italiani sacrificati sull’altare della ragion di Stato – distorta – del regime fascista, e migliaia di cittadini che da allora subirono limitazioni delle libertà e umiliazioni di ogni tipo, fino al dramma delle deportazioni.

Dopo la pubblicazione del “manifesto della razza” avvenuta un mese prima (un documento firmato da 10 scienziati italiani, ma che per i ben informati fu redatto dallo stesso Mussolini), quel giorno a Trieste fu compiuto un passo tragico da cui, per il fascismo, non ci sarebbe stato ritorno.

Dal 5 settembre del ’38 (giorno del primo decreto, firmato da Vittorio Emanuele III) alla legge sulle professioni del giugno del ’39, furono centinaia i decreti regi, le circolari e le ordinanze che tradussero in divieti e limitazioni per gli ebrei in Italia le farneticanti teorie sulla razza.

Tra questi, tra i più odiosi (ma c’è l’imbarazzo della scelta) vi fu il divieto per gli ebrei italiani di insegnare in scuole e Università statali e parastatali e, per i ragazzi, di iscriversi a scuole di ogni ordine e grado. Per gli studenti fu disposta la creazione di apposite scuole – una specie di ghetto nel ghetto –, da quel momento, e fino all’abrogazione delle leggi razziali nel gennaio del 1944, gli unici luoghi dove i docenti ebrei avrebbero potuto insegnare.

Ma la cultura e le professioni intellettuali furono in generale quelle più prese di mira dal fascismo, con tra l’altro il divieto per gli ebrei di esercitare la professione di notaio o giornalista, di fare gli assistenti universitari o di far parte di istituti o associazioni di scienze, lettere o arti.

Misure che si sono poi tradotte in una dolorosa contabilità: tra i 47mila ebrei presenti in Italia nel 1938, persero il lavoro 200 insegnanti, 400 dipendenti pubblici, 500 lavoratori del privato, 150 militari, 2500 liberi professionisti, e 5600 studenti, uno dei numeri più tristi, vennero allontanati dalle scuole. Infine, il conto più tragico, con i soli 837 ebrei sopravvissuti dei 6807 deportati ad opera dei nazifascisti. I numeri di un dolore di cui si sente l’eco ancora oggi.

Martina a Trieste

“Non c’è futuro senza memoria e noi siamo qui per ricordare. Non possiamo dimenticare le tragedie di quegli anni, perché su quelle tragedie è nata l’Europa, la nuova sovranità, la pace, la cooperazione tra i popoli”.

Sono le parole pronunciate dal segretario del Pd, Maurizio Martina, che oggi si è recato in visita a Trieste alla risiera di San Sabba, il lager utilizzato dai nazisti dal ’43 alla fine della guerra per la detenzione, il transito verso i campi di sterminio e l’eliminazione di prigionieri, in prevalenza ebrei e detenuti politici.

“Tornare alla memoria – ha detto ancora Martina – significa essere sicuri del nostro futuro. Ricordarsi da dove arriviamo per noi è fondamentale, in un’epoca come questa dove troppo spesso ci si dimentica di quello che è stato. Se c’è un compito che abbiamo per il futuro è di ricordare ogni giorno da dove arriviamo”.

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