L’elezione di Boris Johnson e un futuro pieno di incognite

Focus

Compito difficile per l’istrionico nuovo leader conservatore: attuare la Brexit, tenere unito il suo partito e rimettere insieme i cocci di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi

Alla fine Boris Johnson ce l’ha fatta. Ha vinto le elezioni per la scelta del nuovo leader del Partito Conservatore britannico e siccome nel sistema britannico il capo del partito di maggioranza in Parlamento è automaticamente il capo del governo, Johnson sarà il nuovo primo ministro del Regno Unito al posto della dimissionaria Theresa May.

E’ dall’inizio del mese di giugno che i parlamentari conservatori avevano cominciato a votare sui singoli candidati, eliminando, di volta in volta, quelli che avevano ricevuto meno voti. Fino a che non sono rimasti solo Boris Johnson e Jeremy Hunt. A questo punto la parola è passata agli iscritti che nelle ultime settimane hanno indicato la loro preferenza per posta. L’ex ministro degli Esteri, ampiamente favorito alla vigilia, ha ricevuto 92.153 voti da parte degli iscritti (circa il 66 per cento del totale), mentre Hunt si è fermato a 46.656 preferenze.

A portare alle elezioni per la scelta del nuovo leader sono state le dimissioni di Theresa May – giunta al termine di una breve e drammatica parabola politica alla guida del Paese – da segretaria del suo partito e quindi anche da prima ministra. May, infatti, era diventata la numero uno dei Tories dopo l’uscita di scena di David Cameron, nel 2016, conseguente all’esito inaspettato del referendum sulla Brexit, in cui vinse la posizione di chi sosteneva l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Ma i continui fallimenti nella trattativa per l’uscita (che hanno costretto l’Ue ad accettare un rinvio e far svolgere le elezioni europee in Gran Bretagna e Irlanda del Nord tre anni dopo il referendum) uniti alla miopia politica di chi ha voluto portare il Paese al voto anticipato con la convinzione che ne sarebbe uscito più forte, a costringere la May a gettare la spugna.

Boris Johnson raccoglie ora il testimone con il compito difficilissimo di trovare una matassa. E quando Tony Blair dice di essere “molto preoccupato” perché “Boris Johnson è più pericolo della Lega”, rende bene l’idea del fatto che non stiamo parlando propriamente della persona più equilibrata per gestire una situazione così delicata. Johnson, infatti, oltre che per essere stato per anni l’istrionico sindaco di Londra e aver fatto parte di vari governi conservatori, è noto per i suoi eccessi, le sue gaffe, le sue dichiarazioni oltre le righe.

Oggi assicura che il 31 ottobre il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, non escludendo l’opzione del No Deal. Ma l’esigua maggioranza conservatore in Parlamento – che si regge sui voti del Dup, partito lealista protesta dell’Irlanda del Nord – non gli consente di dormire sonni tranquilli, anche perché non sono pochi i suoi compagni di partito che già minacciano di fargli mancare la fiducia necessaria per governare. E’ per questo che qualcuno già comincia a parlare, ancora, di elezioni anticipate. E la storia potrebbe cambiare in fretta.

 

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