La Leopolda ha fatto vedere che c’è un’Italia migliore

Focus

La Leopolda è servita a ridarmi fiducia, ossigeno, coraggio ed entusiasmo. Ci stiamo esercitando alla resistenza passiva: non bisogna mollare

Sono appena rientrata a Roma da Firenze e già non vedo l’ora di tornarci, questa è stata la mia prima Leopolda, mi sono detta: “ma dove sono stata fin’ora?”. E già penso a come darmi da fare per la prossima.

Sto provando un sentimento simile a quello che si prova a fine anno, quando si fanno i buoni propositi e si è carichi di entusiasmo. Ho promesso a me stessa e alla comunità che nel mio piccolo rappresento di preservare questo sentimento, somministrandomene una goccia al giorno (ne ho a sufficienza) per tutto l’anno, perché non voglio più essere vittima dello sconforto. Non sono nata per sconfortarmi, ma i tempi sono ingrati.

Però venerdì sera, alle 19.00, già si registravano oltre novemila ingressi, tanto che avevo paura di restare a metà del serpentone che si era formato fuori dai cancelli della Stazione e quasi rimpiangevo di essere stata agli Uffizi nel pomeriggio. Entro, tiro un respiro di sollievo. Dopo tanto tempo finalmente respiro.

Sì, perché noi democratici – noi tutti democratici – ci ritroviamo ad avere a che fare con persone letteralmente pericolose e per neutralizzare gli effetti delle loro avventatezze cosa pensiamo bene di fare? Litigare fra di noi. E questo è grave e molto triste. Quindi, sì, la Leopolda è servita a ridarmi fiducia, ossigeno, coraggio ed entusiasmo.

A questa comunità, può sembrare strano, non interessa fare la guerra a nessuno, ma solo costruire un percorso da intraprendere con tutta la diversità possibile, in nome di un obiettivo comune. Questa comunità è quella che il 4 marzo ha pianto con me, davanti alla tv, sul divano di casa. Quella che si è fatta dire di tutto e che “non ha saputo comunicare”.

Ecco, su questo ormai ho maturato una riflessione e sono certa di poter dire che noi non abbiamo sbagliato un bel niente, almeno nella comunicazione. Eh si, perché quando gli altri comunicano a suon di insulti, io non mi sento in difetto se rispondo in modo civile. Ci stiamo esercitando alla resistenza passiva: non bisogna mollare.

Hermann Hesse lo scriveva in Siddhartha: “Questo ho imparato dal fiume: tutto torna”. E allora aspettiamo, aspettiamo che l’Italia torni a recuperare dignità, aspettiamo che le persone prendano coscienza e capiscano la pericolosità del bomber del 17% e delle facili soluzioni pentastellate.

Nel frattempo lavoriamo per ricucire un tessuto lacerato, ma che sopravvive alle intemperie. E allora sediamoci al tavolo con Anna Ascani e parliamo di cultura fino all’una di notte, andiamo al tavolo 39 con Luciano Nobili a parlare di città metropolitane, e poi perché non fare un salto da Migliore e Pecoraro a parlare di innovazione a servizio della partecipazione politica? Poi c’è l’Europa, quasi una parolaccia ormai, con la Picierno. E poi Scalfarotto, Marattin, Romano, Prestipino, Lotti, Giachetti, Boschi. Insomma, i tavoli c’erano tutti, erano più di quaranta e ognuno aveva una storia da raccontare e da scrivere.

Visto che oggi sono in vena di citazioni, Pavese scriveva che “niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici”, eppure, come per magia, è stata proprio questa la miglior Leopolda di sempre, quella in cui ci ritroviamo all’opposizione. E allora facciamo di questa esperienza un capolavoro di percorso, questa è una comunità che negli ultimi tre giorni ha dimostrato un coraggio immenso: abbiamo perso, è vero, lo sappiamo molto meglio di chi ce lo ricorda con le notifiche Facebook e con i tweet, ma siamo sempre qui e abbiamo il compito di andare avanti.

“Noi siamo quelli che restano, quelli che anche voi chissà quante volte ci avete preso per i fondelli. Ma quando siete stanchi e senza neanche una voglia siamo noi quei pazzi che venite a cercare”. Così Matteo Renzi ha chiuso la nona edizione della sua Leopolda, inizialmente nota come “la prova del nove” – lasciando spazio a interpretazioni – e lanciata con uno slogan chiaro e
inequivocabile: “Ritorno al futuro”.

E si conferma ancora capace di essere leader, già, perché tutto questo lo aveva previsto, ed è questo che fa un leader: prevedere, rischiare. Ed è così che mi piace interpretare lo slogan che ha regnato su Piazza del Popolo lo scorso 30 settembre: “Per l’ Italia che non ha paura”. Noi non è che abbiamo paura di Salvini (che resta comunque inquietante), la verità è che noi non abbiamo paura di rischiare, non abbiamo paura di ammettere la sconfitta e Matteo Renzi non ha avuto paura di farlo e il fiume gli restituirà giustizia, prima o poi.

Nel frattempo sabato mattina, quando alla Leopolda c’erano undicimila persone e i giornalisti del Fatto Quotidiano, tra i quali D’Esposito, che nonostante io abbia placcato per fagli ammettere che il pienone c’era eccome, ha preferito mentire spudoratamente scrivendo che eravamo appena tremila, la Repubblica ci regalava una clamorosa prima pagina: “Italia
declassata, capitali in fuga. Lite Lega-5S”, e premier e vicepremier che si puntano le dita contro dichiarando: “io non voglio passare per scemo, non facciamo scherzi” (Salvini); “se Salvini non vuole passare per fesso, io non posso passare per bugiardo e distratto” (Di Maio); “Leggevo il testo del fisco? Salvini non dice il falso” (Conte). Quindi, in pratica, uno dei tre mente di sicuro.

Ma io mi domando, se Salvini scriveva, Conte leggeva, Di Maio che faceva, colorava? Nel frattempo sentiamo parlare di “manine” magiche, di bambini estromessi dalla mensa scolastica, di ragazzi di colore massacrati di botte e paralizzati a vita per il solo fatto di essere nati, di attacchi al Capo dello Stato, e via discorrendo.

Via discorrendo un corno! Verrebbe da dire, eppure questo “via discorrendo” non è privo di senso, perché i giallo verdi hanno una strabiliante capacità di sorprendere, sempre. Cioè, ho come la sensazione che ogni volta superino talmente tanto la nostra lecita, peggiore aspettativa da azzerare la memoria e farci dimenticare la gravità della precedente.

I mesi per la formazione del governo, l’alleanza prima con il PD, poi con la Lega, poi il contratto, il vilipendio – anzi, l’ “impeachment”, che fa più scena – i vaccini, le ONG, i diritti civili, la manina. A tutto ciò si aggiungono gli esiliati, gli attacchi alla stampa, la revoca delle scorte a Federica Angeli, a Roberto Saviano, a Capitano Ultimo, che forse Salvini non lo sa, ma è colui che nel ’93 arrestò Totò Riina e fu condannato a morte dalla Mafia. Ecco, vorrei ricordare al Ministro Salvini che le condanne a morte della Mafia non vanno in prescrizione.

Che un Paese che dimentica i suoi simboli è un Paese destinato a morire nell’odio. Che un’Italia migliore c’è, e la Leopolda l’ha dimostrato. Per questo sono grata a Matteo Renzi, perché non molla mai, soprattutto nei momenti più bui.

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