L’eredità difficile di Obama e del suo «iperpragmatismo»

Focus

Secondo Del Pero, autore di un nuovo libro sull’era Obama, “le grandi dottrine della politica estera Usa sono nate quasi sempre in modo accidentale”

«La riflessione sulle questioni internazionali di questo presidente, e di questa amministrazione, non sono affatto meno sofisticate o articolate di quelle di chi li ha preceduti; è probabilmente vero il contrario». A scriverlo è Mario Del Pero, professore di Storia internazionale a Sciences Po e tra i principali americanisti italiani, ma il presidente di cui parla, e che difende dall’accusa di superficialità e improvvisazione, non è l’impulsivo e imprevedibile Donald Trump. È invece Barack Obama, a suo tempo al centro di critiche e interrogativi, come si vede, non meno radicali di quelli che oggi vengono suscitati dal suo pur diversissimo successore. Critiche e interrogativi accuratamente analizzati nelle pagine che Del Pero dedica alla politica estera obamiana in un saggio da poco uscito per Feltrinelli: Era Obama – Dalla speranza del cambiamento all’elezione di Trump.

«A dispetto di quanto si creda – spiega lo storico – le grandi dottrine della politica estera statunitense sono nate quasi sempre in modo accidentale se non, addirittura, ex post, nella rielaborazione, e conseguente sistematizzazione, fattane dagli storici e dai commentatori». A conferire «status dottrinale» a un discorso o a un documento presidenziale in genere non è dunque la sua «coerenza concettuale o profondità strategica», quanto la capacità di intercettare il sentimento dell’opinione pubblica e ottenere precisi obiettivi politici, o quanto meno di «trovare studiosi pronti, retrospettivamente, a individuarvi tratti capaci di qualificare un discorso o un documento come“do ttrina”». Insomma,a partire da queste considerazioni, si potrebbe persino azzardare l’ipotesi che i tanti motivi di inquietudine e perplessità suscitati oggi dalle prime iniziative internazionali del nuovo presidente americano saranno presto raccontati come gli incrollabili capisaldi della «dottrina Trump». Certo è che il terreno dei rapporti internazionali è quello in cui il lascito di Obama appare più controverso e difficile da gestire. Lo stesso Del Pero, pur confutando molte delle critiche più radicali alla politica estera obamiana – sull’assenza di una «grand strategy», l’inesperienza del presidente o la mutevolezza degli orientamenti della sua amministrazione –non esita a riconoscerlo. Qui infatti non poteva non aprirsi uno scarto notevole tra le parole e i fatti, tra l’altissima retorica idealista dei grandi discorsi di Obama e il cauto pragmatismo della sua concreta azione di governo.

Tra i necessari compromessi con la dura realtà di un mondo sempre più multipolare, in cui il primato economico e politico americano appariva sempre più difficile da sostenere, e le enormi aspettative suscitate dall’imprevedibile ascesa e dal profilo quasi messianico della sua figura. L’eccezionalità della biografia di Obama è stata da lui consapevolmente utilizzata come leva per rilanciare un internazionalismo liberale, multilaterale e benevolo – in netta discontinuità con l’unilateralismo di Bush – che poggiava anche su una rinnovata concezione dell’eccezionalismo americano, su un’idea di America come nazione indispensabile al mondo perché capace di esprimerne e sussumerne, conciliandoli, le diversità e il pluralismo.

Proprio la sua biografia rappresenterà però anche uno dei principali punti di debolezza. L’elezione del primo presidente nero ha fatto parlare troppo presto di un’America post-razziale, come sarebbe stato dimostrato dall’ascesa di Trump, nonché dai ricorrenti sondaggi secondo cui percentuali altissime di repubblicani continuavano a credere che Obama non fosse nato negli Stati Uniti, o fosse segretamente musulmano, o addirittura condividesse «gli obiettivi dei fondamentalisti islamici» (in Mississippi, ricorda Del Pero, il voto bianco a Obama nel 2008 fu appena il 10 per cento). Un’opposizione repubblicana profondamente radicalizzata, ben prima dell’arrivo di Trump, non avrebbe esitato a sfruttare e alimentare la risorgente questione della razza.

Sulle molte incertezze e su quello che Del Pero definisce «l’iperpragmatismo» di Obama, anche in politica estera, la consapevolezza di questa debolezza avrebbe inevitabilmente pesato. Ma forse avrebbe pesato soprattutto la consapevolezza di quanto, negli orientamenti di fondo dell’opinione pubblica, la rottura rappresentata dall’elezione del primo presidente nero era stata assai meno profonda di com’era apparsa all’estero. La crescente impopolarità delle guerre di Bush e in particolare dell’Iraq – una delle chiavi dell’ascesa di Obama nel 2008 – non si sarebbe accompagnata, ad esempio, a un analogo ripensamento della maggioranza degli elettori nei confronti delle scelte più controverse compiute in materia di sicurezza, dal ricorso a forme vicine alla tortura negli interrogatori fino al carcere di Guantánamo, senz’altro il principale fallimento di Obama: aveva promesso di chiuderlo nei primi dodici mesi, non ci sarebbe riuscito in otto anni. Solo i prossimi anni diranno dunque quanto la sua presidenza si dimostrerà la svolta epocale che apparve inizialmente agli occhi del mondo, e quanto invece una parentesi eccentrica destinata a essere prontamente riassorbita da un’America, e da un mondo, decisamente più cupi.

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