“Let it Be” compie 47 anni: retroscena e falsi miti sul disco che sancì la fine dei Beatles

Focus

Pubblicato l’8 maggio del 1970, finito un anno prima e poi abbandonato, l’ultimo disco dei Fab Four riflette l’umore di una band in crisi. Vi raccontiamo perché

“Let it be” esce l’8 maggio del 1970. Un mese prima Paul McCartney ha annunciato lo scioglimento dei Beatles: una vera e propria scure che si abbatte sulla scena musicale, e che riverbera nel contesto socio-cultiurale per il ruolo di “guida taumaturgica” che i Beatles rivestono all’epoca. E come fosse uno specchio della realtà, anche il disco riflette tutte le lacerazioni che hanno fiaccato la band, al punto da non trovare mai, attraverso gli anni, una forma veramente definitiva. Accantonato dopo le registrazioni all’inizio del 1969, ripreso e pubblicato l’anno successivo senza alcun amore dai membri del gruppo, di nuovo rimesso sul mercato nel 2003 in versione “naked” (scarnificato di tutti gli orpelli orchestrali della sua versione ufficiale) la storia di “Let it Be” è lunga e tortuosa: leggere attraverso le sue vicende significa ripercorre le tappe della discesa – dolorosa, perché cominciata da vette altissime – dei Beatles.

Siamo all’inizio del 1969, la condizione di spossatezza fisica e mentale dopo la fatica del White Album impone alla band di disciplinare il proprio lavoro. Paul, come era già successo altre volte, prende le redini della situazione; la sua ricetta per rivitalizzate la band è molto semplice: tornare alle origini. Suggerisce quindi agli altri di abbandonare le intricate sovraincisioni, i giochi di parole, i camuffamenti sui quali si era basato il lavoro degli ultimi anni (l’osannato trittico di dischi Revolver, Sgt Pepper’s, White Album, è frutto di un lavoro di studio che rende il suono irriproducibile dal vivo) per tornare ad essere una band di rock’n’roll; ma Schermata 05-2457882 alle 16.30.06l’idea non è quella di ricominciare l’estenuante trafila dei live – impossibile, vista la crescita esponenziale del fenomeno Beatles, già arrivato a livelli incontenibili ai tempi dell’abbandono dei palchi – bensì un concerto di otto canzoni al Rondhouse di Candem a nord di Londra. L’intuizione, lungimirante, di McCartney è quella di recuperare lo scambio di energia con il pubblico che aveva nutrito la band nei primi anni della sua storia.

Gli inizi sono incoraggianti: rispetto alla falsa mitologia che vuole gli altri tre baronetti contrari alla proposta di Paul, c’è il dato di fatto che tutti hanno sentito di nuovo il richiamo del palco e stanno ricominciando a esibirsi. John Lennon partecipa in quel periodo al Rock’n’Roll Circus dei Rolling Stones, concerto registrato per la BBC a dicembre del 1968 e mai trasmesso; George Harrison non perde occasione di fare jam session con musicisti incontrati durante i suoi viaggi, come accade durante un lungo soggiorno a Los Angeles; e anche Ringo Starr è favorevole a suonare dal vivo, nonostante il suo impegno primario siano le riprese del film in cui gli è stata offerta una parte ( “The Magic Christian”, in italiano “Le incredibili avventure del signor Grand col complesso del miliardo e il pallino della truffa”, nel quale deve interpretare il figlio adottivo di Peter Sellers, suo futuro grande amico). Addirittura, l’entusiasmo iniziale porta i Beatles a volare con l’immaginazione: il concerto preventivato non si sarebbe tenuto più al Rondhouse ma in un anfiteatro romano in Tunisia, oppure su di un transatlantico.

Ma in breve la disillusione prende il posto di una fin troppo ottimistica progettualità e i Beatles si rendono conto di non essere più la band di teenager pronti a fare squadra intorno a un ideale comune; adesso ognuno rema in direzione ostinata e contraria rispetto agli altri: Paul è in preda alla sua mania di controllo, risultando inviso agli altri nel disperato tentativo di ergersi a polo autoritario del gruppo; George è completamente stufo delle dinamiche interne alla band, tanto da arrivare a un esplicito litigio con McCartney durante le registrazioni del brano “Dig A Pony”, perché costretto a ripeterne un assolo di chitarra infinite volte; Ringo sempre più preso da vicende extra musicali; e John, ormai in simbiosi con Yoko Ono, è in rotta di collisione con il suo amico di sempre McCartney.

Una leggera divagazione: che la presenza assidua di Yoko Ono, vera e propria ombra di Lennon, fosse avvertita dagli altri come “leggermente” ingombrante è testimoniato, a posteriori, anche questa divertentissima gag di George Harrison (dal secondo 58) durante un’intervista televisiva.

Il famoso ultimo concerto dei Beatles, avvenuto il 30 gennaio del 1969 sul tetto della sede della Apple Records al numero tre di Savile Row- una stretta strada del centro di Londra – non è solo il ritorno dal vivo dei Fab Four da quando, nell’agosto del 1966, avevano deciso di non suonare più, ma anche l’ultimo momento in cui una parvenza di armonia regna all’interno della band. Solo due giorni dopo, la più fratricida faida mai consumatasi tra i Beatles avrebbe posto le basi per lo scioglimento dell’anno successivo: una mera problematica di amministrazione economica, apparentemente, ma anche la famosa goccia che fa traboccare un vaso colmo di dissapori. Rendendosi conto dello stato di cattiva amministrazione in cui versano i loro affari, e di percepire molti meno soldi rispetto a quanto avrebbero dovuto, John, George e Ringo assumono il manager americano dei Rolling Stones, Allen Klein, perché si occupi della band. Questi fa subito breccia nel cuore di Lennon, mostrandosi un grande conoscitore dei suoi brani e proponendo alla band una formula “soddisfatti o rimborsati” che li accontenta subito. Ma Paul McCartney non è della stessa opinione: vuole che la gestione del gruppo passi nelle mani del padre di sua moglie Linda Eastman, cosa che insospettisce non poco gli altri. Il caso finisce addirittura in tribunale, e da quel momento tutto sembra tingersi di un’enorme inquietudine. Paul soffre John, che sembra animato da una ritrovata vena sarcastica; allo stesso tempo il suo porsi come trascinatore del gruppo si scontra con la sensibilità degli altri. In questo contesto, una notte, gli appare in sogno la madre, Mary, che lo invita a prendere le cose con più leggerezza: “Let it be”, lascia fare. E lo stesso Paul, che durante la lavorazione del “White Album” passava notti insonni, pervaso dall’insicurezza per essersi caricato sulle spalle il peso dell’intera band, prova a sublimare il suo malessere sotto forma di canzone. Ne esce fuori “Let it Be”, la title track dell’album, uno dei brani più odiati da Lennon, che la reputa bigotta e cattolica (la “Mother Mary” invocata nel testo sembra un riferimento alla Vergine Maria) e trova sia una sorta di imitazione di “Bridge Over Troubled Water” di Simon e Garfunkel (seppure quest’ultimo brano sia stato scritto un anno dopo rispetto a “Let it Be”). “Dovremmo ridacchiare durante l’assolo?”, pare chieda crudelmente Lennon a McCartney durante la prima incisione del brano.

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Il famoso “rooftop concert” del 30 gennaio 1969

Dal canto suo John Lennon, pur regalando alla tracklist uno tra i brani più apprezzati della sua “tarda” produzione autoriale (“Across the Universe”), sembra quasi, con una sorta di spirito iconoclasta, voler boicottare a più riprese la registrazione dell’album. È sua la scelta di mettere il disco, a un anno dall’incisione dei brani, in mano a Phil Spector, il produttore che ha inventato il “Wall of Sound” e che lo ha colpito lavorando sul suo pezzo “Instant Karma. Ma il contributo di Spector sembra indirizzare il disco nella direzione opposta rispetto a quella iniziale: non più un lotto di canzoni essenziali eseguite live, ma una serie di brani caricati di una ridondante melassa orchestrale.

Esemplare, in questo senso, è “The Long and Winding Road“, composizione di McCartney, che nella sua prima versione vede lo stesso Paul al piano e alla voce e Lennon al basso (in una esecuzione a dir poco scadente), imbottita successivamente di archi (ad opera di Richard Hewson, arrangiatore “al soldo” di Spector) il cui sapore sdolcinato stona completamente con il lessico anti-romantico costruito negli anni da George Martin. Di fatto, il lavoro su “The Long and Winding Road ” è un colpo di mano di Lennon, ormai ai ferri corti con McCartney e convinto che questi non avrebbe accettato la scelta di Spector: da qui la decisione di concludere il lavoro quasi di soppiatto, senza il suo sodale e a costo di avallare arrangiamenti ampollosi e soluzioni ridondanti.

Quando Paul ascolta la versione di Spector va su tutte le furie: prima tenta di impedirne l’uscita e dopo, assicuratosi che “Let it be” venga messo in commercio dopo il suo primo disco solista, annuncia la sua dipartita dal gruppo e, di fatto, lo scioglimento della band.

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