Addio LeU. Cronaca di una morte annunciata

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La lista guidata da Grasso, nata nel novembre 2017 in ottica anti-Pd e anti-Renzi, arriva al capolinea: con 14 deputati, 4 senatori si divide in 5 movimenti

La maledizione di Livorno 1921 torna a colpire. Dalla scissione consumata quasi un secolo fa – quando durante il XVII congresso del partito Socialista, si staccò l’ala ‘rivoluzionaria’ che diede vita al partito Comunista d’Italia, giusto un annetto prima della marcia su Roma delle camicie nere di Mussolini – a oggi, la storia della sinistra italiana è storia di divisioni, e LeU ne aggiunge un nuovo frammento.
La sigla politica guidata da Pietro Grasso, che aggregava alcune forze a sinistra del Pd, lanciata il 3 novembre 2017, è arrivata dopo un anno alla fine della sua corsa. Con i suoi 14 deputati, 4 senatori, Leu si è divisa in almeno quattro, cinque spezzoni.

 

LeU e il suo essere anti-Pd e anti-Renzi

Era nata ‘contro’: contro il Pd, contro Renzi, contro il referendum del dicembre 2016. Un’unione non solo ma soprattutto di scontenti, di fuggiaschi del Pd, di eterni peter pan della sinistra che non scende a patti, formata da Mdp (Movimento democratico e progressista), cioè i fuoriusciti dal Pd guidati dall’ex segretario Bersani e dall’ex capogruppo dei deputati dem Roberto Speranza; da Possibile, l’aggregazione guidata da un altro ex enfant prodige piddino, Pippo Civati; da Sinistra italiana di Nicola Fratoianni e di un altro ex Pd, Stefano Fassina.
Alla guida di Liberi e Uguali, i due ex presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso. Dentro c’era il variegato mondo della sinistra italiana spesso più incline a scindersi – e perdere – che a unirsi per vincere, anche se un personaggio d’esperienza come Massimo D’Alema, in tv da Lucia Annunziata, pronosticava per Leu “un risultato a due cifre”. Presero, alle elezioni del 4 marzo, il 3,3% dei voti: un flop clamoroso, tanto che né D’Alema né Civati riuscirono ad essere eletti.

 

Dal flop elettorale ai primi abbandoni

Da sigla che aggrega altre sigle, LeU sarebbe dovuta diventare un partito, una forza politica unita, ma a quel risultato non si è mai arrivati. Con la separazione di Mdp e Sinistra Italiana, oggi LeU chiude definitivamente la ‘ditta’, per usare un’espressione tipica di Bersani. Ma gli scricchiolii si erano subito avvertiti, fin dopo l’apertura delle urne. Ci aveva pensato Laura Boldrini, già nei giorni successivi al deludente risultato elettorale, a dar una delle prime mazzate, dichiarando: “Penso che bisogna arrivare a sciogliere le tre componenti di Liberi e Uguali“. Era fine marzo, e più o meno negli stessi giorni Pippo Civati confessava a Vanity Fair: “Parlavo di fratellanza a sinistra. Che illuso…”.

La breve storia di LeU, da marzo ad oggi, è andata avanti a saltelli. Il 19 luglio, ad esempio, Boldrini è eletta presidente onoraria del movimento politico “Futura”, un altro frammento nella variegata galassia della sinistra. Tra fine agosto e inizio di settembre, anche Stefano Fassina si allontana da LeU e fonda “Patria e costituzione”, un movimento politico di sinistra, ma di tendenza “sovranista” ed euroscettico, tanto che su alcuni temi qualche analista politico lo avvicina al governo gialloverde.

 

Ancora accuse, fino alla fine

Erano nati come anti-Pd e paradossalmente la fine dei Liberi e Uguali arriva ancora citando il Pd: gli esponenti di Sinistra Italiana accusano quelli di Mdp di “continuismo”, cioè di essere in attesa dei risultati del prossimo congresso del Pd, per tornare da dove sono venuti, casa Dem.
Speranza e Bersani di Mdp, a loro volta, accusano Fratoianni e i suoi di Sinistra Italiana di voler lavorare per lasciare LeU e fare fronte comune con Rifondazione comunista e il movimento del sindaco di Napoli De Magistris. E così, quasi a rammentare le antiche accuse di riformismo, di revisionismo, di frazionismo eccetera, la storia di LeU finisce qui, mentre in Italia in rispolverano modi e parole del Ventennio che sembravano sepolti per sempre.

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