Il futuro dell’Europa passa (ancora) per Schengen

Focus

Sono giorni decisivi per il futuro dell’Unione. Gli Stati membri agiscono in ordine sparso, si moltiplicano i campanelli d’allarme

Il futuro dell’Europa passa ancora per Schengen. Il trattato fondamentale dell’Unione, quello della libera circolazione delle persone all’interno dei confini continentali, non è mai stato così a rischio come in queste ore. A poco sono servite le rassicurazioni arrivate in mattinata da Bruxelles, per cui “non c’è nessuna sospensione di Schengen sul tavolo“, come ha spiegato la la portavoce Natasha Bertaud.

Il clima è di confusione totale. I Paesi membri stanno agendo in ordine sparso e i campanelli d’allarme arrivano da più parti. “Il principio della libera circolazione europea oggi è messo in discussione. Dobbiamo essere i più forti a richiamare il valore dell’Unione europea“, ha affermato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Non si bloccano i terroristi sospendendo Schengen. Alcuni terroristi sono nati nelle nostre città. Noi siamo per rafforzare i controlli, ma senza sospendere l’accordo di libera circolazione. Se avverrà, trarremo le nostre conseguenze”.

Gli fa eco da Berlino il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, secondo il quale “se il sistema Schengen viene distrutto, l’Europa è drammaticamente in pericolo, dal punto di vista politico ed economico”. La Germania, insieme all’Austria, è uno dei Paesi che hanno momentaneamente reintrodotto i controlli e, come riferiscono fonti Ue, lunedì alla riunione dei ministri dell’Interno Ue ad Amsterdam si discuterà – nel quadro del codice Schengen, tramite un ricorso all’articolo 26 – di un prolungamento dei controlli interni fino a due anni per quei Paesi (come Austria e Germania) che a maggio avranno esaurito il tempo a disposizione per la reintroduzione dei controlli temporanei.

Una situazione intricata e potenzialmente esplosiva, in cui si registrano malumori crescenti verso le politiche di gestione dei flussi messi in campo finora da Bruxelles. Durissimo il primo ministro francese Manuel Valls: “Dobbiamo attuare misure urgenti per controllare le sue frontiere esterne. Se l’Europa non è in grado di proteggere i propri confini, è l’idea stessa di Europa, che sarà messa in discussione“. Dal Forum di Davos il premier olandese Mark Rutte incalza: restano “sei-otto settimane per salvare Schengen. Se tutti i tasselli della costruzione messa in piedi dall’Europa per far fronte alla crisi dei profughi non andranno al posto in fretta, la primavera porterà nuovi picchi di arrivi che scardineranno il sistema”.

Intanto le iniziative individuali si moltiplicano. Fa discutere la decisione di Vienna di mettere un tetto sugli ingressi dei richiedenti asilo, con l’intenzione di dimezzare le 90mila domande arrivare nell’anno appena concluso. “La nostra iniziativa nazionale è soprattutto una sveglia a Bruxelles“, ha dichiarato Sebastian Kurz alla Bild, “Credo che sul lungo termine sia una soluzione europea. Ma fino a che non sarà raggiunta, dobbiamo proteggerci”.

E mentre il Belgio punta il dito contro “i buchi sulle frontiere esterne di Italia e Grecia”, l’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza europea, Federica Mogherini, fa notare: “Le stime sui costi di uno stop al trattato di Schengen, che metterebbe fine alla libera circolazione di cittadini e merci in Europa, sono impressionanti, tanto più in quanto l’Europa è in una difficile fase di ripresa economica”. Di Schengen ha parlato oggi anche il presidente emerito Giorgio Napolitano che esorta la classe politica di Bruxelles a “rendere finalmente esecutive le linee di comportamento già definite, non minando il fondamentale impianto della Convenzione di Schengen, non mettendo a repentaglio l’irrinunciabile conquista della libertà di circolazione delle persone in Europa”.

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