Un comizio fatto di niente: sul Mezzogiorno Lezzi non sa rispondere

Focus

Eppure non le abbiamo chiesto nulla di impegnativo, niente che esulasse dalla sua sfera di quotidiano lavoro al Governo del Paese come Ministra per il Mezzogiorno

Sul Mezzogiorno Barbara Lezzi non ha risposto. In un’Aula dove i banchi della maggioranza erano praticamente vuoti tranne una sparuta claque, nel corso del Question time contemporaneamente in diretta su una rete nazionale, in risposta alla nostra interrogazione (Bellanova, Marcucci, Valente, Cucca, D’Alfonso, Faraone, Fedeli, Magorno, Margiotta, Messina Assuntela, Pittella, Stefano, Sudano) sul destino del Mezzogiorno secondo questo governo, Barbara Lezzi non ha proferito verbo.

Ha gesticolato, sbraitato, inveito: perfetta sintesi di quello che deve essere stata la sua campagna elettorale, trailer ad uso e consumo dei suoi fans sui social. Poi, come di solito usano fare, non sapendo che dire, ha scaricato le responsabilità su altri, buttando in caciara questioni delicatissime e nevralgiche e mentre il volume della voce parossisticamente cresceva, il merito delle questioni sfumava, si dissolveva, si liquefaceva. Toni e volumi si alzavano e questa campionessa della politica cinquestellata diluiva il merito, lo azzerava, lo allontanava dall’aula, trasformandolo in una nebbiolina, qualcosa da scrollarsi di dosso il più presto possibile perché la contraddizione reale, quella che dice come i 5Stelle siano i peggiori nemici del Mezzogiorno (della Lega già lo sapevamo…), non si palesasse in tutta la sua evidenza.

Eppure non le abbiamo chiesto nulla di impegnativo, niente che esulasse dalla sua sfera di quotidiano lavoro al Governo del Paese come Ministra per il Mezzogiorno. Non, chessò, di riflettere su come assenza accortamente messa a punto di politiche per il Mezzogiorno nella Manovra di bilancio combinata a taglio delle risorse già assegnate e degli investimenti, mancanza di politiche industriali per il sistema-paese, totale disattenzione su temi cruciali come formazione e ricerca e, sull’altro versante, autonomia rafforzata e secessione leggera, che lei stessa ha recentemente affermato di sostenere, possano diventare una miscela esplosiva, per il Paese e soprattutto per il Mezzogiorno.

Non le abbiamo chiesto, per carità, di immaginare cosa rischi il Mezzogiorno combinando il “loro” reddito di cittadinanza (su cui proprio in questi giorni tutti sollevano dubbi – non solo il Pd – dalla Caritas all’Alleanza per la povertà alle parti sociali alle Regioni) all’assenza di una strategia specifica di riduzione del divario. Che non può ridursi a una confusissima e pasticciata forma di assistenzialismo ma deve essere pensiero accorto e colto su come orientare e riorientare politiche capaci di muoversi intorno ai punti di forza che i territori meridionali esprimono, trasformandoli in snodi di un ecosistema capace di alimentare diritti di cittadinanza, buona occupazione, sviluppo economico, qualità territoriale, welfare.

Ecco le questioni erano semplici, muovevano da una constatazione difficile da confutare: la totale assenza del Mezzogiorno nel Contratto di Governo e nelle politiche di governo.

Erano semplici le domande. Ripristinerà, il Governo, gli 850 milioni di risorse nazionali destinate nel 2019 ai cofinanziamenti per le politiche comunitarie tagliati nell’ultima Legge di bilancio e gli 850 milioni sottratti al Fondo Sviluppo e Coesione? Prorogheranno il credito d’imposta per investimenti in beni strumentali alle imprese che hanno strutture produttive nel Mezzogiorno? Ripristineranno il credito di imposta Irap, cancellato anche questo nell’ultima Legge di bilancio, per quelle imprese meridionali che impiegano lavoratori dipendenti a tempo indeterminato? Come pensano di dare piena attuazione ai Patti per il Sud, soprattutto su infrastrutture, ambiente, attrattori culturali, contratti di sviluppo. E per le Zes, hanno già un calendario definito oppure vogliono annacquarle, con l’estensione ad altri territori nazionali di quei benefici per l’attrazione di investimenti previsti specificamente per quelle zone?

Non avrebbe dovuto essere poi così complicato rispondere. Né difficile dirci, e dire al Paese, come il Governo intenda rispettare e applicare la clausola del 34%, divenuta legge grazie a noi, per rafforzare le politiche di coesione integrando spesa ordinaria e fondi straordinari, dal momento che aver ricompreso nel perimetro della clausola anche Rfi ed Anas (che già la superavano oltre il 40%) rischi di essere controproducente per l’attuazione corretta della stessa clausola.

E questo, come se non bastasse, mentre: con le misure su bonus/malus danno un colpo mortale all’automotive italiano che nel Mezzogiorno significa Cassino, Melfi, Pomigliano D’Arco; l’attuazione dei Patti per il Sud non viene monitorata dal maggio 2018; l’Agenzia per la Coesione non ha ancora reso noto il Piano Triennale; le risorse rubate al Mezzogiorno vengono dirottate su una misura che si tradurrà in un vero e proprio esodo di donne e uomini del sud verso il nord.

Dopo le stime della Commissione Europea che fissano allo 0.2 il prodotto interno lordo per quest’anno, stamattina l’Istat ha reso pubblico un dato raggelante: la variazione negativa della produzione industriale, mai così male dal 2012, e il crollo del settore auto. Avvertendo: “La situazione continua a peggiorare, ci sono serie difficoltà di tenuta dei livelli di attività economica”.

Ora, non bisognava essere Nobel dell’economia per capire che la congiuntura negativa apertasi in Europa e nel mondo rischiasse di ripercuotersi sul nostro Paese in modo devastante e per questo fossero necessarie politiche che raccogliessero il testimone, rilanciando sui punti e azioni che avevano dimostrato abbondantemente di funzionare, rafforzando così e mettendo in sicurezza il Paese. E come questa strategia dovesse avere obbligatoriamente al centro, come noi stavamo facendo, il Mezzogiorno. Insomma, non mettere il nostro Paese nell’angolo, dopo il lavoro complicatissimo svolto negli anni scorsi.

Solo due giorni fa Francesco Manacorda ha avvertito: “Il resto del mondo ci teme, non per la nostra forza – come forse farebbe piacere credere al governo – ma per la nostra debolezza”. E ha parlato di guerra del Governo alla realtà e a chiunque gliela ricordi.

Ecco, anche tenendo conto di questo, in Aula la Ministra Lezzi avrebbe dovuto gridare di meno e rendere conto di più.

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