Quando il giornalismo fa paura ai potenti (da Erdogan a Di Maio)

Focus

Il vice premier e ministro del Lavoro Di Maio ha evocato la chiusura di Repubblica e dell’Espresso, la perdita di centinaia di posti di lavoro, la morte dei giornali

Il giornalista saudita Jamal Khashoggi ucciso e fatto letteralmente a pezzi, la giornalista bulgara Viktoria Marinova violentata e uccisa: fare il giornalista, e magari farlo bene, non significa sempre premio Pulitzer in vista e caffè nel bicchiere di cartone lungo le strade di New York. Si muore, a fare il giornalista, si viene incarcerati, picchiati, rapiti. Oppure, se non si arriva a tanto, si è attaccati o insultati o minacciati, come in Italia, dove il vice premier e ministro del Lavoro Di Maio ha evocato la chiusura di Repubblica e dell’Espresso, la perdita di centinaia di posti di lavoro, la morte dei giornali.

Come se meno giornali e meno informazione fossero elementi positivi, e non pericolosi segnali di crisi democratica. Del resto, è la stessa teoria di un altro campione dell’autoritarismo e dello stato etico-religioso: Erdogan, il quale, per giustificare il pugno di ferro con cui governa il paese, qualche giorno fa dichiarava senza il minimo imbarazzo che “dove ci sono media non c’è democrazia”.

L’appello, naturalmente, è al ‘popolo’: perché i vari Erdogan, gli Orban, i Salvini e i Di Maio di tutto il mondo si arrogano sempre il diritto di parlare a nome del ‘popolo’, e così il premier turco ha aggiunto: “Ho constatato con i miei occhi che ci sono Paesi potenti, ma governati dai media e non dai rispettivi leader. Ogni volta che parlavo con loro mi sentivo rispondere, ‘ma i nostri media dicono questo’, e io rispondevo loro che mi interessa l’opinione della loro gente, non delle loro tv”.

Chissà perché, però, l’uomo forte di turno non sopporta che alla ‘gente’, al ‘popolo’, sia rivelata la verità. Jamal Khashoggi, per esempio, era improvvisamente diventato inviso al regime saudita e altrettanto improvvisamente è scomparso. Ieri il New York Times ha rivelato, con uno scoop per ora senza conferme, che il giornalista lo scorso 2 ottobre sarebbe stato attirato nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, lì ucciso e poi fatto a pezzi con una motosega da una sorta di squadrone della morte.

Jamal e Viktoria non sono che le ultime vittime di un elenco lunghissimo. Comprende paesi tormentati come l’Afghanistan, ma anche luoghi democratici come gli Stati Uniti, nazioni come la Russia o il Brasile. La fame di verità e il terrore della verità, insomma, non hanno confini né latitudini precise.

“Il saudita Khashoggi, la bulgara Marinova, lo slovacco Kuciak e un anno fa la maltese Daphne Caruana Galizia”: Stefano Corradino, direttore di Articolo21, associazione che difende il principio della libertà di manifestazione del pensiero, scandisce lentamente i nomi degli ultimi reporter uccisi, e aggiunge: “Sono solo i casi più eclatanti di giornalisti che in varie parti del mondo sono uccisi e torturati. Voci silenziate per sempre perché scomode. Scomode perché si sono permesse di raccontare i fatti e scavare sotto la superficie portando alla luce la corruzione e gli illeciti finanziari nei loro paesi”.

“Dobbiamo pretendere – prosegue il direttore di Articolo 21 – di sapere la verità sui loro assassini. Sui mandanti. Sui complici. E proseguire il loro lavoro. Ripartendo dal punto in cui le loro inchieste si sono tragicamente interrotte”.

Con Corradino diamo un’occhiata all’ultimo rapporto sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere: gli attacchi ai media e agli operatori dell’informazione aumentano in tutto il mondo. Fino ad oggi, nel 2018 sono stati uccisi 71 tra giornalisti e operatori e ne sono imprigionati 316, e probabilmente questi numeri sono stimati al ribasso, perché in certi paesi è difficile, se non impossibile, accertare quale sia la reale situazione.

“Abbiamo raggiunto l’era della post-verità, della propaganda e della soppressione delle libertà, specialmente nelle democrazie” si legge nell’introduzione del rapporto.
“Certo, – spiega il direttore di Articolo 21 – perché si colpiscono a morte i giornalisti per impedire ai cittadini di conoscere la verità”.

In Italia come va?

Siamo risaliti la classifica di Rsf dal 77esimo al 52esimo posto ma rimaniamo il paese con tanti casi di giornalisti minacciati dalla criminalità organizzata. “In Italia – spiega Corradino – lo stato di salute della libertà di informazione è precario (e precari sono ormai gran parte dei lavoratori dell’informazione). 19 giornalisti sono sotto scorta e oltre 400 dall’inizio dell’anno hanno subìto minacce per le loro inchieste. Da Paolo Borrometi a Federica Angeli. E alle minacce si aggiungono le cosiddette querele temerarie, utilizzate come strumenti di intimidazione preventiva per scoraggiare i cronisti dal continuare a svolgere il loro lavoro”.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli