Non lasciamo sola la Libia. Ma quell’accordo è da rivedere

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Nessuno vuole abbandonare nessuno, men che meno la Libia, ma qualsiasi impegno, ancor meglio se nobile, deve essere suffragato da legalità e da reciprocità

Con i Governi di centrosinistra, l’Italia si è spesa molto per la stabilità dei Paesi del nord Africa, Libia compresa, perché la stabilità e la sicurezza di quell’area equivale alla nostra sicurezza.

Le diverse missioni internazionali nel Mediterraneo, militari e non, sono state istituite su proposte italiane, a testimonianza di un disegno complessivo che vedeva tanti attori coinvolti e che, in parte, ha favorito poi la decisione ONU del Governo di Unità Nazionale di Tripoli.

La cornice nella quale si è mossa l’Italia è sempre stata di legalità e di rispetto di accordi, convenzioni e tutela dei diritti dei paesi interessati e delle persone.

L’accordo in vigore con la Libia, rispecchia questi requisiti fondamentali della nostra cultura politica e giuridica? NO.

Innanzitutto, la Convenzione di Amburgo del 1979, che prevede il dovere di sbarcare le persone salvate in mare in un luogo sicuro, ovvero quel luogo in cui le operazioni di soccorso si intendono concluse ed in sicurezza, intesa come protezione fisica delle persone stesse nonché, nel caso dei migranti, come necessità di non violarne i diritti fondamentali.

Poiché il contesto libico è caratterizzato da violazioni gravi e sistemiche dei diritti umani e non essendo mai stata ratificata la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati da parte della Libia, quel Paese non può essere considerato porto sicuro ai sensi della Convenzione di Amburgo.

Da ciò consegue che l’autorità della Libia di dare direttive circa il rimpatrio dei migranti partiti da lì, come prevede l’accordo, è fondamentalmente illegittimo.

L’accordo è in linea con la Costituzione italiana? No.

Infatti, la Costituzione prevede che “l’ordinamento italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciuto” e stabilisce che debba essere ratificato dal Parlamento.

Sul primo punto ho già detto, sul secondo, l’accordo non è mai stato ratificato ma solo approvato dal Governo italiano, ragion per cui non può essere operativo.

Ma quell’accordo è stato rispettato dalla Libia? No.

Basta leggere la relazione dell’UNHCR per sapere che quel Paese non ha fatto nulla di quello per il quale si era impegnato.

In concreto, quindi, l’Italia accetta di rimpatriare in Libia coloro che partono da quelle spiagge e che una volta riapprodati perdono tutti i diritti e vengono rinchiusi in condizione di detenzione che non rispettano nessuno degli standard della normale civiltà.

Quell’accordo tra Italia e Libia sui migranti è nullo e la realpolitik non potrà mai renderlo né giusto né legale.

Nessuno vuole abbandonare nessuno, men che meno la Libia, ma qualsiasi impegno, ancor meglio se nobile, deve essere suffragato da legalità e da reciprocità.

Solo in questo modo si favorisce la crescita di tutti nel Mediterraneo e si impediscono comportamenti disumani il cui pieno superamento qualifica l’appartenenza all’integrazione europea di buon vicinato e l’adesione ad un nuovo ordine basato sui diritti inalienabili delle persone.

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