Libia, cresce la tensione ma il governo resta afono

Focus

Ricominciano gli scontri a Tripoli. In gioco interessi cruciali come il controllo dei flussi e la sicurezza energetica, ma dal governo nessuna strategia

50 morti, tra cui molti civili, e almeno 140 feriti. È questo il bilancio dell’ultima escalation della guerra civile in Libia, che ha visto le milizie ribelli al governo di Fayez Serraj, tra cui la “Settima brigata” di Tarhuna, provare a entrare a Tripoli, rompendo di fatto la fragile tregua seguita alla conferenza di Parigi dello scorso maggio. Le vittime civili, ha fatto sapere l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, sono salite a 22, tra cui due donne e due bambini.

Le ultime notizie, dopo lo stallo seguito al respingimento della “Settima” che aveva ripiegato verso Sud, bloccata dalle forze vicine a Serraj, parlano di una ripresa degli scontri nei pressi dell’aeroporto, con il portavoce della Protezione civile libica, Osama Ali, che ha fatto sapere come “le ambulanze non sono riuscite a recarvisi malgrado le richieste di aiuto degli abitanti”.
Il bilancio dunque rischia di aggravarsi, e come era facile prevedere, in assenza di una efficace azione diplomatica la situazione potrebbe precipitare, mettendo a rischio la tenuta del fragile governo di Serraj insieme al cruciale appuntamento con le elezioni, stabilito a Parigi per fine anno.

Resta dunque alta l’attesa per l’azione che riuscirà a mettere in campo la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), guidata dal rappresentante dell’Onu a Tripoli, Ghassan Salameh, che ha annunciato un incontro con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un “dialogo urgente sulla situazione della sicurezza”.

Uno scenario, quello dello scacchiere libico, che avrebbe dovuto vedere in prima linea – come del resto è sempre stato finora -, innanzitutto il governo italiano, e questo non solo per la pesante situazione a cui è sottoposta la popolazione ormai dal 2011, ma per gli interessi cruciali che il nostro Paese ha in quell’area, dai flussi migratori alla sicurezza energetica.
E invece, ancora una volta, l’esecutivo guidato da Conte si è mostrato in tutta la sua evanescenza, brillando per mancanza di visione e strategia.

Un vuoto che Salvini ha provato a colmare con il solito attacco a Macron, (ormai una fissazione, ma in vista delle europee tutto fa brodo), che però ha avuto il solo effetto di far apparire più debole e disarticolato il fronte europeo, in un momento in cui, invece, la compattezza sarebbe stata più che necessaria.

Ma andiamo con ordine: al Consiglio dei ministri convocato ieri, il primo al rientro dalla pausa estiva, mentre il caos imperversava per le strade di Tripoli non solo Conte non si è presentato, ma non una parola sulla Libia è stata spesa. Inutile poi cercare prese di posizione del ministro degli Esteri, mentre al secco no a un intervento militare non pare abbia fatto seguito, come ci si sarebbe potuto aspettare, alcuna azione diplomatica.

Vedremo se le notizie di vertici governativi convocati all’ultimo minuto riusciranno a metterci una pezza, ma di certo l’annuncio del sottosegretario agli Esteri, il pentastellato Manlio Di Stefano, di una conferenza da tenersi in Italia in autunno, sembra un po’ poco, vista l’entità della posta in gioco, e un po’ tardi, vista la drammaticità della situazione.
Senza contare il rischio concreto di veder saltare gli accordi sul controllo delle partenze di migranti.

Insomma anche su un versante delicato come quello della crisi libica l’esecutivo sembra segnare una svolta al ribasso. E nonostante il tentativo del ministro Salvini di abituarci al governo delle dirette e dei selfie, siamo pronti a scommettere che l’annuncio di una sua nuova visita in Libia, dopo quella di giugno, questa volta non basterà.

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