Libia, il grande assente è il governo italiano

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Finora 50 morti, di cui 21 civili. Onu e Ue al lavoro per la tregua, ma per Salvini l’unica preoccupazione è Macron. Il Pd: “Solo improvvisazione”

Cinquanta morti, tra cui molti civili, e almeno 140 feriti. È questo il drammatico bilancio dell’ultima escalation della guerra civile in Libia, che ha visto milizie esterne alla città di Tripoli, tra cui la “Settima brigata” di Tarhuna, provare ad entrare in città, rompendo di fatto la fragile tregua seguita alla conferenza di Parigi dello scorso maggio.

I numeri delle vittime sono stati resi noti dal ministero della Sanità libico, con l’Alto commissariato Onu per i diritti umani che ha fatto sapere che i civili uccisi fino ad ora sono saliti a 21, tra cui due donne e due bambini

Sul fronte degli scontri scoppiati lo scorso 27 agosto, per il momento il Consiglio presidenziale guidato da Fayez Serraj, di fatto il presidente libico riconosciuto e sostenuto dalla comunità internazionale, è riuscito a evitare il peggio, respingendo verso Sud lo Settima, dopo che questa si era spinta ad appena sei chilometri dal centro di Tripoli. A fermare, almeno per il momento, l’avanzata delle milizie ribelli è stata la cosiddetta Rada, la forza che fa capo al governo Serraj, ma con l’appoggio delle milizie di Misurata e di Zintan – dunque esterne a Tripoli -, una circostanza, questa, che potrebbe più in là creare qualche problema al governo legittimo.

Al momento, l’attesa è tutta per la riunione, prevista per le 14, convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri di questi giorni per un ”dialogo urgente sulla situazione della sicurezza”.

Per quello che riguarda l’Italia, al netto del dramma nel quale vive la popolazione libica, sottoposta dal 2011 a una guerra civile ininterrotta, inutile ricordare quanto dal fragile equilibrio di quel Paese  dipendano questioni cruciali come la sicurezza e la gestione dei flussi migratori, ma anche equilibri di importanza vitale come la sicurezza energetica; per questo dovrebbe essere interesse primario del nostro Paese essere tra i protagonisti dei tentativi di mediazione in atto in queste ore, anche per non mettere a repentaglio le elezioni, su cui si era trovato un accordo a Parigi, previste per fine anno. E invece, anche su un tema che tanto chiama in causa, se non altro, quella gestione dei flussi tanto importante per l’attuale ministro dell’Interno,  il governo latita, con un ministro degli Esteri praticamente silente e il campo occupato dal solito Salvini (appoggiato dal M5S), per cui l’unica preoccupazione sembra essere, ancora una volta, Macron.

Una posizione debole e afona contro cui si sono scagliate le opposizioni, a partire dal Pd che con il segretario Maurizio Martina e la responsabile Esteri Lia Quartapelle, ha attaccato: “Il governo sembra più impegnato a far trapelare sui giornali annunci sui cambi del vertice dei servizi o valutazioni sul nostro ambasciatore, che a impostare una vera iniziativa sulla Libia. L’annunciata conferenza di novembre – aggiungono- ancora dai contorni non definiti, arriverà troppo tardi rispetto alla crisi attuale o troppo a ridosso della scadenza delle possibili elezioni di dicembre”.

Per il Pd “Si sente solo la voce di Salvini, che parla solo per attaccare Macron. Gli servirà per la campagna delle europee, ma non per affrontare la situazione in Libia. Una politica estera così sguaiata e improvvisata non serve all’Italia. Utilizzare questa crisi per ragioni di consenso è un cambio di strategia contrario agli interessi della pace. Il governo sostenga attivamente la mediazione ONU attraverso l’iniziativa UNSMIL di tregua. Alla Libia serve unificazione nazionale, pace e stabilità e non conflitti per procura tra potenze”.

Mentre Leu ha chiesto al Governo di “venire a riferire immediatamente in Aula”.

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