L’Italia e le elezioni del ’48, l’anno della democrazia difficile

Focus

Un bel volume quello di Avagliano e Palmieri che dà conto attraverso una ricca messe di documentazione di ciò che succedeva nel paese non solo nei livelli “più alti” ma allo stesso tempo quello che veniva definito come lo “spirito pubblico”

Dc 48,5%, Fronte democratico popolare 31%. 27 milioni di votanti, 92% degli aventi diritto con il 97,8% dei voti validi.

Basterebbero queste cifre per comprendere il valore storico e periodizzante, per le vicende italiane, delle elezioni del 18 aprile del 1948 che vengono proposte, attraverso una attenta ricostruzione che abbraccia tutto il periodo, fino all’attentato a Togliatti, dal libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (Il Mulino, Bologna 2018).

Un bel volume che ci dà conto attraverso una ricca messe di documentazione di ciò che succedeva nel paese non solo nei livelli “più alti” se così si può dire ma, allo stesso tempo, in quello che molte relazioni dei Prefetti, nel testo riportate, definivano come lo “spirito pubblico”. E sono queste ultime, proposte in gran numero, ad essere uno dei patrimoni preziosi della ricerca in questione (oltre alla memorialistica, agli articoli dei giornali e ad altri documenti d’archivio da quelli della Dc a quelli delle sinistre social-comuniste) in quanto ci forniscono, nell’ottica e nella prassi della presenza capillare dell’Amministrazione dello Stato (uno Stato che andava ricostruendosi e ricostituendosi e che portava con sé anche quella che sarà definita la “continuità”, già studiata da Sabino Cassese, con aspetti degli anni precedenti sia a livello ordinamentale che organizzativo, oltreché di personale, come ha evidenziato Guido Melis nel suo ultimo e pregevole volume, La macchina imperfetta, Il Mulino, Bologna 2018), il polso e la trama dei rapporti e dei sentimenti presenti fra le gente in quella particolare tornata elettorale e in quel determinato frangente storico e politico.

Il volume è costruito attraverso un sapiente crescendo che ci permette di comprendere quanto quelle elezioni siano state giocate, oltre che sui temi propri della campagna elettorale, su macroproblemi trascendenti il normale e fisiologico dibattito, e scontro, politico: il confronto Est-Ovest, comunismo versus cattolicesimo; libertà-dittatura; paura-speranza. Un confronto condotto sulla base delle rispettive influenze internazionali che ciascuno degli attori presenti sul territorio scontava sia nei propri riferimenti ideali, da una parte gli Usa e dall’altra l’Urss, sia nel terreno più pratico delle risorse per la propaganda e per l’attività elettorale e politica.

Senza contare il collateralismo che entrambi i maggiori schieramenti mettono in campo fra associazionismo cattolico (i Comitati civici di Gedda e l’Azione cattolica) da una parte, nonché il mondo economico e produttivo fatto di piccole e grandi imprese, e, dall’altra quella del sindacato (della parte forse maggioritaria), del mondo della cultura, quasi nella sua totalità, dei lavoratori delle grandi aziende, almeno una parte. Un’Italia che si spaccava, tranne poche sfumature, quasi a metà.

Per non dimenticare il sentire comune della gente, “gli italiani nell’anno della svolta” si legge emblematicamente nel sottotitolo del volume, che vive quelle vicende sia con grande partecipazione, trasporto e mobilitazione, sia con interesse relativo, la cosiddetta maggioranza silenziosa, non meno attento e cosciente però al momento del voto (a mio parere è, in parte, non sovrapponibile, come nel volume, tout court, si indica, si veda ad esempio p. 15, la cosiddetta “maggioranza silenziosa” e disillusa del ‘48, con la “zona grigia” che non aveva preso parte alla Resistenza).

Per comprendere, fra tante questioni e tanti fatti che caratterizzarono quella campagna elettorale, quale fosse il clima nel quale, nella quotidianità spicciola, si svolse quella tornata elettorale, mi sembra interessante quanto scriveva, come riportato nel volume, il socialista Romita, già ministro dell’Interno durante il referendum per la scelta fra monarchia e Repubblica del ‘46 nel primo governo De Gasperi, il quale affermava che: “La paura di cui si parla. Ho ascoltato i discorsi della gente nei negozi, nei treni, nelle “file” di fronte agli sportelli. Nove italiani su dieci attendono il 18 aprile con trepida ansia, subordinando l’acquisto della radio, la scelta della villeggiatura e il matrimonio al risultato delle elezioni politiche” (p. 206).

La campagna che precedette la tornata elettorale fu insieme arcaica, per riferimenti e pratiche, e moderna. Paura e speranza come sentimenti primordiali, quasi archetipi, si affiancarono all’ampio uso di manifesti, volantini, comizi, adunanze, utilizzo dei nuovi e “vecchi” media (ancora sconosciuti nella loro reale e determinante importanza, ma percepiti come un nuovo metodo di comunicazioni dalle enormi potenzialità). La propaganda elettorale rappresentava, in parte, la foto di un paese che uscito distrutto dalla guerra accomunava speranze e paure, slanci produttivi e sacche di arretratezza sociale e culturale non indifferenti, sia al nord che al sud.

Ciò concorse a determinare i numeri che abbiamo citato all’inizio. Cifre che colsero un po’ di sorpresa il mondo democristiano che si aspettava un successo ma non di quelle dimensioni e che di fatto segnò una battuta di arresto storica delle sinistre che non riusciranno più a riprendersi sia per cause endogene che esogene.

Delle reazioni del mondo democristiano gli autori segnalano, fra tante, entusiastiche da “riconquista cristiana” del paese, un brano (a p. 269) dell’analisi del voto proposta da Dossetti su “Cronache sociali”, che inquadrava la questione con la consueta lucidità nell’articolo “Il 18 aprile e l’11 maggio”. L’esponente reggiano, fra i dirigenti più preparati della Dc del periodo, accomunava ad una analisi impietosa e intelligente delle mancanze, dei difetti e delle influenze che avevano contribuito a determinare la vittoria democristiana, un passaggio più propositivo e costruttivo indicando le enormi possibilità che si aprivano per lo Scudocrociato con quella vittoria: una ambivalenza di fatto nella lettura del risultato. Scriveva infatti dopo le considerazioni che ho cercato sinteticamente di indicare (contenute nel brano riportato nel libro), che il risultato elettorale restava: “sempre un risultato finale positivo che, nonostante tutto, nonostante ogni errore, ogni mala volontà e ogni insufficienza, è l’effetto e il sintomo del potente afflato naturale di nuove risorse umane che sembra caratterizzare questo nostro tempo in travaglio non di morte ma di generazione […] si può dire tuttavia che il 18 aprile ha vinto – o almeno ha cominciato a vincere – l’intuizione e la speranza germinale di una nuova vita democratica, che sia per l’Italia il suo modo di contribuire al rinnovamento della libertà occidentale, che sia per la Democrazia Cristiana la premessa e il condizionamento fondamentale della determinazione del suo programma e della sua futura azione di Governo, che sia per l’Azione Cattolica il risultato indiretto del suo sforzo di restaurazione cristiana individuale e sociale, e insieme il limite del suo intervento diretto nei rapporti politici, che sia infine per il Cristianesimo la forma storica e visibile della sua incarnazione nel nostro tempo” (G. Trotta, G. Dossetti. Scritti politici, pp. 199 – 200).

Una forma ispirata, quella di Dossetti, che suggeriva come la vittoria fosse stata sì condizionata da molti fattori, in alcuni segmenti sociali e politici, influenzandone la ricaduta elettorale nella sua, ampia, portata, ma come fosse però anche frutto di un sentiment, di libertà e democrazia, al di là della semplice paura e/o diffidenza colta nell’ambito oltretutto dato dalle notizie provenienti dall’est Europa (come il caso cecoslovacco),  presente nel paese. Una speranza che aveva generato nella popolazione una giusta aspirazione alla felicità e una sincera aspettativa che la Dc potesse essere garante migliore, nei suoi uomini, nei suoi programmi e nella sua organizzazione, della ripresa economica e della salvaguardia della democrazia e della libertà nel paese. Una scelta quella dell’elettorato nei confronti del partito di De Gasperi che accomunava istanze meramente conservative (quando non proprio di destra) con altrettanto ampie e convinte aspirazioni di cambiamento, di fiducia negli uomini del partito e nell’operato dello stesso.

A sinistra d’altra parte regnava lo sconcerto per una vittoria che si credeva oramai quasi fatta (anche per il risultato buono delle amministrative): un po’ una costante della sinistra italiana che si sostanziava per l’incredulità di fronte alla “incongruenza” fra le grandi adunanze di piazza e la sconfitta elettorale. Il simbolo più chiaro di un certo sentire, strutturale nel lungo periodo nella sinistra italiana, e soprattutto in quei giorni, è rappresentato da quanto Togliatti diceva nel messaggio inviato alle organizzazioni del partito, comunicazione nella quale giudicava i risultati del Fronte inferiori: “a ciò che aveva sperato la parte migliore del popolo italiano” (p. 279). Affermazione quasi “icastica” che coltivava l’idea di una diversità antropologica (al rialzo, se così si può dire) dell’elettore e del militante di sinistra, con i suoi riferimenti politici e valoriali, finanche con i suoi comportamenti privati e personali, rispetto al resto.

Va fatto rilevare come il volume comprenda e proponga, con estremo interesse, anche la campagna elettorale della destra e dei cosiddetti partiti minori (che non sempre in quello scontro fra “pesi massimi” riuscirono ad emergere, come Unità socialista, il Pri, il Msi, il Blocco nazionale e i monarchici) che De Gasperi coinvolgerà intelligentemente, con attenzione ai socialisti di Saragat, ai repubblicani e ai liberali, dopo quella vittoria così netta, nella costruzione della maggioranza di governo meglio nota come “centrismo”.

Come già detto le elezioni del ’48, il modo in cui si prepararono, come si svolsero, ciò che ne seguì hanno avuto un valore tale che ha influenzato e segnato la storia del nostro paese cristallizzando molte questioni, che il libro rileva, e, allo stesso tempo, valorizzando e strutturando la nostra democrazia nella libertà e la sua politica nel riformismo pur con tutti gli errori e le tragedie che hanno contraddistinto la storia repubblicana. Di tutto ciò il libro ce ne fornisce una ampia e comprovata mappa concettuale e documentale.

Resta però aperta la questione di fondo che è poi, a quanto sembra, fra i temi portanti sottesi alla notevole e interessante ricostruzione proposta dal volume: quella che viene definita una democrazia in gran parte “bloccata” e/o difficile (si legge nell’introduzione: “In un paese prigioniero della guerra fredda, che impedisce di fatto una fisiologica alternanza fra gli schieramenti, nasce così quella che è stata definita una «democrazia bloccata», che Aldo Moro nel 1973 etichetterà anche come «difficile», spaccata in due” [p.11]), caratterizzata da una conventio ad excludendum, per certi versi ineludibile, nei confronti del più grande Partito comunista dell’occidente (recuperata, in parte, nella prassi politico-amministrativa del paese sia a livello locale che nazionale), è di quella stagione un risultato e una conseguenza, che si è strutturata con più saldezza negli anni seguenti o, in qualche misura, è invece qualcosa che si genera, come una sorta di prius, dal crogiolo ardente, drammatico e ottimista allo stesso tempo, di quella fase, della fine della guerra, del lavoro in costituente con l’approvazione della Costituzione e con i valori in essa riconosciuti?

Cioè la democrazia si “blocca” e si fa “difficile” (ma resta pur sempre una democrazia che si esplica attraverso il libero consenso elettorale, non bisogna dimenticarlo), stando alla ricostruzione che gli autori ci propongono, nel ‘48 o era già in qualche misura bloccata prima e il ‘48 certifica soltanto uno stato di cose già ampiamente presente nel paese? E ne valorizza, a mio avviso, l’aspetto di libertà e di prassi democratica tramite le elezioni?

Di tutte queste cose, e di questi interrogativi il bel libro di Avigliano-Palmieri si occupa, dandoci materiale di riflessione e, se si vuole, per approfondire e farsi una opinione.

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