Mondo-crime: gialli e suspense per capire meglio noi stessi

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Nel libro edito da Carocci i narratologi Stefano Calabrese e Roberto Rossi analizzano la letteratura noir, il giallo classico, la police novel e tutte le modernissime crossmedialità che hanno acquisito fra docufiction, serie tv e format di nicchia

Hanno ragione sin dalle prime righe i due narratologi dell’università di Modena e Reggio, Stefano Calabrese e Roberto Rossi, in questo loro testo ben argomentato, elegante e forbito intitolato La crime fiction (Carocci, pagg. 140, euro 12): la letteratura noir, il giallo classico, la police novel – e tutte le modernissime crossmedialità che hanno acquisito fra docufiction, serie tv e format di nicchia sui canali satellitari e non solo – si sono sempre divisi, dal punto di vista della caccia all’assassino, fra opere che pensano al “chi” ha tramato nell’ombra facendo saettare lame e pistole, e quelle che si orientano verso il “perché” costui ha agito in maniera così macabra e sociopatica.

E’ questo in fin dei conti che ha reso i thriller scritti e visivi un vero e proprio genere di confine, nell’accezione più positiva possibile. Perché, con molte screziature e creolizzazioni, la suspense può assolvere a un vero e proprio schema conoscitivo degli orizzonti sociali in cui la vicenda criminosa si dipana (insicurezze, revanche proletarie, vendette contro certe categorie di persone, devianza, valori imposti dall’alto che suscitano rabbia e anticonformismo letale), ma anche essere semplicemente una sorta di Cluedo di massa, un divertissement ludico-giudiziario che esorcizza la morte e l’Indeterminato della violenza, non si pone come obiettivo l’emendabilità dell’esistente, e anzi propone l’epos sovrumano dell’investigatore di turno che, con la laboriosità paziente dell’applicazione e della razionalità, ricollega i fili, resetta simbolicamente l’evento dell’uccisione, rimargina la ferita collettiva del delitto, conferma la pax sociale, e getta in gattabuia i malvagi che hanno infranto le leggi condivise dai buoni cittadini.

Non è un caso che la detective fiction parta dal Dupin di Edgar Allan Poe che in “The murders of the Rue Morgue” (1841) “arresta”, si fa per dire, uno scimmione, un grosso gorilla scappato da un bastimento attraccato al porto, come autore delle misteriose efferatezze compiute in un appartamento. E che subito dopo sia il leggendario Sherlock Holmes a riportare ogni orrore metropolitano nel comodo set, quasi terapeutico, quasi mitologico, di indizi da interpretare, false piste e sospettati, vertiginosi insight e sfide con se stesso, messi in riga tutti dal suo ingegno classificatorio, dalla sua intuizione, dal suo metodo analitico.

Il terrore dell’Inumano ingovernabile (l’animale quasi preistorico che maneggia male un rasoio e fa una strage) cede il passo alla Scienza delle repertazioni e delle comparazioni. Ma qui la risposta al dilemma si cristallizza in un paesaggio archetipico di lotta del Bene contro il Male diventando “illusoria”, dicono gli autori, perché il mondo sembra aver abdicato a ogni prevedibilità. Insomma, sembrano ammannirci queste sofisticate macchine cognitivo-letterarie del peccato e della verità, siamo di fronte a un mondo intrascendibile, a una natura umana le cui sfaccettature possono solo spaventare momentaneamente, di cui la dimensione inconscia e pulsionale non viene indagata più di tanto, e dove l’happy end garantito non tanto dagli apparati della Legge, ma dal fiuto sopraffino del segugio senza macchia e senza paura, sovrasterà sempre gli odi, le gelosie, le manie e le cariche omicidiarie dei singoli.

E’ la Golden Age dei killer che si annidano nelle famiglie patriarcali e nei villaggi più sonnecchiosi e routinari, quella che porta dritta dritta, per esempio, nei primi del Novecento ad Hercule Poirot e a Miss Marple nei libri meravigliosamente contorti ed elettrizzanti di Agatha Christie, e a tutta una ricchissima collezione di autori minori ma non meno pregnanti che Polillo Editore ripropone da anni in una preziosa collana dalla veste arancione battezzata “I bassotti” (fra questi Masterman, Cobb, Orr, per avventure come “La lettera sbagliata”, “Quella cara vecchietta”, “La casa sulla scogliera” e tante altre che ci tengono sul filo fino alla fine come per i maestri più affermati del brivido).

Ma che porta anche all’hard boiled che, da Hammett al vicequestore Rocco Schiavone, propone una sorta di collateralità del poliziotto-cavaliere, dell’ispettore-eroe che si espone su un triplice fronte: l’illegalità di chi delinque, la burocrazia fatta di legacci e incartamenti per aggirare la quale bisogna essere ancor più audaci e operativi  fino al rischio personale, il proprio torbido passato che prevede drammi familiari o inaspettate cadute. Ma mantenendosi sempre – dicono Calabrese e Rossi – in una “intercapedine”, che non è il Totum dell’ambiente.

Ma allora se le crime story inclinano sempre verso un’idea astratta e super partes di “norma”, verso uno spirito conservatore e una premeditata negligenza verso le contraddizioni sociali che scatenano l’atto sopraffattorio (CSI è l’antonomasia in questo senso, con casi delicatissimi risolti fra l’alba e il tramonto in una scenografia pastello e molto immersiva fatta di provette, balistica e perfezione eziologica), cosa ci resta di utile in questa affascinante e coinvolgente forma letteraria? Ci restano quelle tracce di imponderabile, di inconsistenza, di labilità che alcuni autori sanno conferire alle nostre certezze psicologiche, emotive, interpersonali, finanche civiche. Ed è qui forse la terra di confine del giallo, la sua transcodifica più edificante e meno “finta”.

Esistono voragini nelle figure sociali di riferimento e implosioni morali che spingono l’assassino di Tutto iniziò con un calice spezzato di Jepson (Polillo Editore) a eliminare tutti i più sordidi vicini che, guarda caso, risultano rispettabili e autorevoli nelle nomenclature locali. E ci sono serial killer, mostri della porta accanto, ceffi impenetrabili, schizofrenici “tranquilli” che si spingono fino al feticismo raccapricciante de Il Tatuatore (Newton Compton) che scuoia e “concia” le pelli delle sue vittime dai cui ramage colorati o “tribali” rimane colpito in qualche modo. Quanta di questa ferocia, di questa ribellione antigerarchica ci appartiene? La pedagogia dei traumi e dei tremori è una inquietante palestra per capirci in profondità.

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