La figura di Don Milani oltre le strumentalizzazioni e le ideologie

Focus

“Salire a Barbiana. Don Milani dal Sessantotto a oggi” a cura di Renato Micheletti e Renato Moro vaglia con taglio critico una delle figure più affascinanti, e che per questo ha suscitato più dibattito, del panorama politico, culturale e religioso italiano

Don Milani è uno dei personaggi più importanti della storia recente italiana oggetto di molti studi e lavori di approfondimento storico. Fra le ultime uscite va segnalato un testo a cura di Renato Micheletti e Renato Moro, edito da Viella, dal titolo “Salire a Barbiana. Don Milani dal Sessantotto a oggi”.

Un volume scritto a più mani che affronta la figura e l’opera del sacerdote di Barbiana attraverso alcune delle categorie e delle fasi storiche (nonché tramite le sue opere e i suoi scritti più noti) che ne hanno incrociato, e conseguentemente contrassegnato, la vicenda: il ‘68 come contestazione, in cui si inserisce la “Lettera a una professoressa” come testo, fra altri, di riferimento; “Padre del 68?”, si interroga e ci domanda nel suo saggio Giovanni Turbanti; il dibattito sulla sua presunta santità proposto da Caliò; la memoria della sua figura nell’associazionismo cattolico e nei movimenti post conciliari, secondo l’analisi di Marcelli; la non violenza e il dibattito intorno a questa, affrontata da Mocciaro. Ruozzi ci propone, altresì, come i media (teatro, cinema e televisione) ne abbiano ricostruito e presentato la figura e l’opera; Mennini ci ragguaglia sui diversi “pellegrinaggi”, delle più varie forze ed espressioni politico-partitiche, che hanno avuto come meta Barbiana. A tal proposito quest’ultimo scrive che:

“Senza riferimenti partitici definiti […] simboli come Barbiana diventano culturalmente disponibili per un paese in cerca di luoghi in cui rimestare significati in grado di riformulare le appartenenze tradizionali, di dare un senso più autorevole a motivi di militanza rispetto ai quali si fa sempre più ampio il divario tra società civile e scelte politiche” (p. 254).

Un lavoro pregevole che ci conduce e ci fa salire, come propone il titolo, a Barbiana, e di cui tira le fila Renato Moro nel suo saggio dal titolo, Scendere da Barbiana, dove scrive che:

“Riflettere storicamente su Milani e le sue diverse immagini e rappresentazioni, in una feconda collaborazione tra storia religiosa e storia della società, significa allora entrare in quel mondo di ricostruzioni complici o demonizzanti (ma fondanti della nostra identità di italiani di oggi) e poterlo smontare dall’interno, significa poter avere una chiave di lettura privilegiata per ricondurre finalmente a coscienza e comprensione critica quel magma di idee, speranza, comportamenti che fu l’esperienza di quegli anni” (pp. 259-260).

Il volume si chiude con la proposizione dell’intervista a Tullio De Mauro, rilasciata il 2 ottobre del 2013, il quale afferma, tra le altre cose, che:

“Don Milani era una voce genuina e la sua genuinità – questo non va mai dimenticato – ha una radice pastorale, evangelica, vissuta profondamente”. (p. 275).

Uno studio che vaglia con taglio critico, proprio del più valido ed utile metodo storico, una delle figure più affascinanti, e che per questo ha suscitato più dibattito, del panorama politico, culturale e religioso italiano. Si cerca in definitiva di individuare e proporre un percorso che riesca a disegnare la figura di un don Milani lontano da empatie eccessivamente entusiastiche, da un lato, e, dall’altro, da fraintendimenti denigratori e capziosi che non permettono di coglierne la reale portata umana, storica e religiosa. Un tragitto di indagine e di studio che sia in grado, soprattutto, di sottrarre a strumentalizzazioni ed usi impropri il parroco di Barbiana stesso come uomo e sacerdote e, allo stesso modo, i suoi scritti sempre così potenti e lucidi.

Il saggio, attraverso i vari lavori che lo compongono, cerca di individuare, alla fine, chi fosse don Milani, quantomeno di delinearne, in modo il più possibile obiettivo e lucido, la figura e la memoria che lo ha accompagnato anche dopo la sua morte.

Quello che sembra emergere, a mio parere, sulla base dei “suggerimenti” e alle “suggestioni” che il libro in questione ci propone, è il fatto che don Milani sia stato essenzialmente un Sacerdote, e in quanto tale ha inteso testimoniare il Vangelo nella sua interezza e nel suo tempo. Sacerdote lo è stato nella Chiesa e da questa non ha inteso tirarsene fuori. Profeta e modello suo malgrado, a volte contradditorio a volte contraddetto; non sempre lineare; dentro e fuori, sul sagrato, ma non diverso e non alieno alla Chiesa (scrive Marcelli: “Fra la nicchia di un santo venerabile e la piazza di un eroe civico, il priore di Barbiana sembra dalla sua morte fino ad oggi, accomodarsi provvisoriamente sul sagrato. Abbastanza fuori per non destabilizzare le coscienze di nessuno e parlare al contempo un linguaggio comprensibile ad una società secolarizzata, ma comunque in terra consacrata e dunque potenzialmente, anzi doverosamente conciliabile”) [p. 119]; sul “comodino” virtuale ed evocativo della contestazione, sia quella del ’68 che dei movimenti seguenti, ma non appartenente, del tutto, ai contestatori e al loro mondo. Si legge nell’introduzione di Michetti che:

“L’umana esigenza di poter cogliere in modo sintetico e chiaro il suo pensiero e la sua azione, come fosse un intellettuale a tutto tondo, sembra destinata a non essere mai del tutto soddisfatta. D’altro canto è proprio questo procedere del suo ragionamento in un modo per nulla lineare e a volte imprevedibile, ma che consente comunque al lettore un improvviso scarto della sua riflessione, ad essere tra le ragioni più probabile del successo della sua scrittura” (p. 16).

Don Milani è nel moderno, a suo modo, sostenuto da una non comune intelligenza degli eventi, dotata di capacità empatica con gli avvenimenti, e soprattutto con le persone, e sostenuto, soprattutto, dalla fede. In quella dimensione sta il suo essere più profondo, e il suo ministero più genuino ed insondabile agli occhi dell’uomo e agli studi. Diceva la madre, citata anche ultimamente da papa Bergoglio: “Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui….quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio….Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto. Per esempio il suo profondo equilibrio fra durezza e carità” (pp. 83-84).

Ecco, forse, la vera essenza dell’uomo che ha scosso il mondo culturale, politico e civico del nostro paese, e su cui la storiografia si è esercitata a volte con successo, come in occasione di questo libro, a volte meno. Ma che al di là di questo resta un esempio luminoso di impegno e di indipendenza di analisi nel contesto dell’Italia di quegli anni, nell’ambito della Chiesa del periodo, che ci parla e ci interroga indicandoci una via non banale e superficiale di impegno individuale come cristiani (per chi lo è) e come cittadini che partecipano al destino comune e al bene comune del paese soprattutto delle sue fasce sociali più in sofferenza, più svantaggiate, più povere.

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