Dagli Ogm ai vaccini, quando la scienza va in tribunale

Focus

Intervista a Luca Simonetti autore del libro che racconta un’Italia in cui spesso si intrecciano sospetti, accuse incredibili, un’opinione pubblica disinformata e una caccia costante ad un capro espiatorio

Capita che parliamo con facilità di Ogm (organismi geneticamente modificati), senza sapere cosa siano i geni e in cosa gli Ogm siano diversi da una qualunque coltivazione. Ci preoccupiamo dei vaccini, senza sapere nulla di come funzionino e di quante malattie abbiano contribuito a debellare. Ma cosa succede quando questi paradossi si verificano nei Tribunali e nel Parlamento? E quanto potere discrezionale hanno i giudici, per esempio, nel sindacare le decisioni della pubblica amministrazione in materia sanitaria, come nei casi Stamina e Di Bella? Come i giudici possono imputare la responsabilità di un evento naturale, come i terremoti, agli scienziati impegnati nello studio del fenomeno, come è successo nel processo per il sisma dell’Aquila?

O affermare il rapporto di causalità fra vaccini-autismo, ampiamente sconfessato dalla comunità scientifica mondiale?

A queste domande prova a dare una risposta l’avvocato e scrittore Luca Simonetti nel suo libro La scienza in tribunale, pubblicato di recente da Fandango. Quasi duecentosessanta pagine, che raffigurano un Paese in cui spesso si intrecciano sospetti, accuse incredibili, un’opinione pubblica disinformata e una caccia costante ad un capro espiatorio.

Avvocato, leggendo il suo lavoro, dai casi Di Bella e Stamina, al terremoto dell’Aquila, agli Ogm, al fenomeno Xylella, all’autismo post vaccini, vengono fuori un Paese poco propenso a valutare i fatti su basi scientifiche e una parte della magistratura che spesso si muove in modo altrettanto vago.
Non vorrei che il mio libro passasse per un pamphlet contro la magistratura: non lo è. Intanto, spesso – come per gli Ogm – sono stati proprio i giudici a porre riparo ai disastri prodotti da altri – i media, il Governo, il Parlamento, le Regioni. Inoltre, è tutta la nostra società che ha gravi difficoltà nel rapportarsi al sapere scientifico e tecnico, a tutti i livelli. Sarebbe strano che proprio e soltanto i giudici ne fossero immuni.

Questi fenomeni avvengono perché la magistratura, il legislatore, i governanti si lasciano abbindolare da certi media che trasformano ciarlatani in luminari? O gli errori dipendono dalla magistratura stessa che non sa correttamente di quali “esperti” fidarsi e di quali no?
Questo indubbiamente è un problema serio, che sarebbe il caso di affrontare in profondità. In particolare, nel processo, sarebbe tutto sommato abbastanza semplice intervenire, regolando in modo più severo la selezione dei consulenti tecnici dei Tribunali e, magari, modificando le norme sulla loro responsabilità civile. Ma, di nuovo, la vera difficoltà è generale e non ristretta al solo processo e alla sola magistratura. Se, per esempio, giornali e TV sentono sistematicamente il bisogno di fornire una informazione bilanciata non solo nelle questioni politiche – dove è giusto sentire entrambe le campane, per la cosiddetta  par condicio – ma anche nelle questioni scientifiche – per cui assistiamo a trasmissioni in cui, di fronte a un epidemiologo, siede un cantante antivaccinista o una mamma informata, o di fronte a un biologo dice la sua un sostenitore del creazionismo – è chiaro che non c’è una soluzione semplice.

Bisognerebbe spiegare agli italiani come funziona la scienza e che cosa significa il controllo democratico della scienza, che è sacrosanto. Questo non vuol dire che siano i cittadini a decidere a maggioranza se i vaccini o gli Ogm fanno bene o male. Ed è chiaro che si tratti di una impresa non facile e, soprattutto, non breve.

Spesso, dunque, in Italia la verità non la fa la scienza?
Qui bisogna essere precisi: certo, la “Verità” – sempre tra virgolette, perché può mutare e non è mai definitiva – la stabilisce la scienza. Ma nella vita pratica quel che ci interessa è un altro tipo di verità. Per esempio, nel processo ci interessa che una certa questione particolare venga risolta in un senso o nell’altro. Tipo, che la proprietà di un bene spetti a Tizio o a Caio, che Sempronio sia ritenuto colpevole o innocente del tale delitto, che su una certa esenzione fiscale abbia ragione io oppure lo Stato – perché l’importante è che le situazioni di incertezza non si prolunghino troppo. Ci interessa, insomma, che ci sia un punto fermo e si ponga fine a una lite, in un modo o in un altro. Questo tipo di questioni deve essere risolto dai giudici, non dagli scienziati, ed è così dappertutto, non solo in Italia. Però, bisogna stare attenti a distinguere le due cose, altrimenti succede di sentir dire “Ma è vero che i vaccini fanno venire l’autismo, c’è una sentenza che l’ha detto!”, cheovvio, è una assurdità, come lo è del resto il contrario (“Non è vero che i vaccini fanno venire l’autismo, c’è una sentenza che l’ha escluso!”).

E quindi?
La “Verità” la stabilisce la scienza, mentre i giudici si limitano a dirimere unacontroversia, e possono farlo a volte bene, quando, per esempio, alla base della decisione, pongono solide premesse, scientificamente fondate e a volte male, quando, invece, si basano su premesse farlocche. Insomma, non è che non debbano essere i giudici a decidere: è che dovrebbero farlo meglio. Anche fidandosi di più della scienza, in certe questioni.

Pensa che da questo punto di vista l’Italia stia messa peggio di altri Paesi?
L’Italia è da anni in fondo alle classifiche europee sulla conoscenza scientifica e sulla fiducia nella scienza: e questi sono dati ben noti. Più difficile è fare confronti per quel che riguarda il rapporto tra diritto e scienza. Quel che credo si possa dire, senza rischio di smentita, è che in Italia si sono verificati tutti i casi più clamorosi. Per esempio, la bufala dei rapporti tra vaccini e autismo è nata in Inghilterra, ma solo in Italia ci sono state tante sentenze che hanno condannato ad un risarcimento. Anche in America ci sono stati grandi dibattiti e liti giudiziarie per ottenere la sperimentazione di una sedicente terapia priva di fondamento (il laetrile), ma solo in Italia si è verificato, e per ben due volte, prima con Di Bella, poi con Stamina, un gigantesco cortocircuito mediatico-politico-giudiziario che ha coinvolto tutte le autorità (il Governo, la magistratura, il Parlamento) per mesi e anni. Solo in Italia ci sono  stati  due autentici abominii giudiziari come il caso della Commissione Grandi Rischi all’Aquila e quello di Xylella a Lecce. E persino quando l’Italia, tutto sommato, fa le stesse cose che fanno anche tanti altri Paesi europei – come per gli Ogm – le fa comunque peggio, in modo più sguaiato, più clamoroso.

Al di là dei casi clamorosi, c’è un episodio che le è capitato come avvocato e che l’ha spinta a scrivere questo libro?
No, come avvocato sono stato coinvolto solo marginalmente in una delle vicende di cui tratta il libro. Il mio interesse per la questione è solo intellettuale. Da molto tempo mi chiedo come mai in Italia accada tutto questo, e, per provare a darmi risposte, ho studiato alcuni fenomeni (Slow Food, la decrescita, i rapporti tra diritto e scienza). E’, credo, un modo originale e insolito di guardare alla nostra cultura e alla nostra società. Chissà, magari un giorno, la spiegazione del perché le cose siano andate così, salterà fuori.

Prendiamo il caso Xylella, per cui l’Italia è stata deferita alla Corte di Giustizia dell’Ue, nell’ambito della procedura di infrazione aperta, in relazione alle misure necessarie per combattere la diffusione del batterio. Pensa sia sufficiente puntare su questo tipo di notizia per far conoscere all’opinione pubblica gli effetti di sentenze spesso solo ideologiche?
No, non è sufficiente. Anche perché le sanzioni irrogate per una procedura d’infrazione, come quella che ci sarà per Xylella – in Italia abbiamo avuto tante condanne di questo tipo – sono poca cosa rispetto agli strappi prodotti da queste vicende nel rapporto di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Che poi è quel che tiene insieme una società e che, una volta distrutto, è difficilissimo ricostruire.

Quante sentenze in Italia si chiudono scaricando responsabilità su capri espiatori, quindi con scorciatoie, in modo approssimativo, solo per chiudere presto un caso? Viene in mente l’ultima parte del suo libro, dedicata al terremoto dell’Aquila.
Per evitare equivoci, è bene chiarire che il reato contestato ai sette dell’Aquila, e poi il motivo della condanna, non era il non aver dato l’allarme, bensì l’avere indebitamente rassicurato la popolazione. Solo che, per poter sostenere alcuni dei presupposti dell’accusa e della condanna, il Pubblico Ministero prima e il Tribunale dell’Aquila poi sono stati costretti a fare affermazioni infondate e, a volte, perfino ridicole in tema di sismologia, pur dichiarando continuamente di non volerlo fare, di non voler, cioè, discutere la conclusione dei sismologi che i terremoti non si possono prevedere. E una di queste affermazioni infondate e ridicole è appunto quella secondo cui gli imputati avrebbero      dovuto considerare alcuni fenomeni precursori dei terremoti: fenomeni che, però, per la sismologia attuale, non sono affatto dei precursori! E così via. L’impressione che si ricava da quel processo è triste e preoccupante. Basti pensare che lo stesso Procuratore dell’Aquila, all’inizio del processo, dichiarò ai giornali: “Speriamo di arrivare a un risultato conforme a quello che la gente si aspetta”. L’intenzione di “compiacere le folle”, forse c’era davvero.

Ritiene che su questi fenomeni l’attenzione sia vigile o, al contrario, che ci sia un atteggiamento di deferenza da parte di alcuni media e di alcune istituzioni nei confronti della “casta” dei magistrati e dei loro provvedimenti?
Io non parlerei di casta dei magistrati, se non altro perché, per quanto la cosa non sia evidente – i giudici tendono a mostrarsi uniti all’esterno – in magistratura ci sono posizioni e interessi contrastanti. Però, è vero: esistono delle correnti in magistratura che cercano appoggi e alleanze presso i media e presso la politica – come, del resto, è vero il reciproco. Il nesso politica-media-magistratura è cruciale per ogni democrazia avanzata e crea problemi comuni a tutti i Paesi. L’espressionecirco mediatico-giudiziario, d’altronde, è nata in Francia. Solo che, in Italia, la questione si presenta, forse, più grave e più complicata che altrove. Quindi, è senz’altro necessario rimettere mano all’intero sistema. Ma è un discorso lungo e non possiamo affrontarlo qui.

In un Paese democratico, civile e aperto – lei dice – “una buona discussione democratica non è quella dove tutti hanno lo stesso spazio, ma quella in cui si dà credito solo a chi davvero se lo merita”. Ma come si fa a far passare questo concetto in un Paese dove si pensa di poter diventare tuttologi solo documentandosi solo su Internet?
Evidentemente non c’è una risposta sola. Bisognerebbe intervenire su più fronti, a cominciare, ovvio, dall’educazione. Non è certo possibile che tutti diventiamo esperti di biologia, fisica o medicina, ma è possibilissimo imparare come funziona davvero il dibattito fra gli scienziati, senza nascondere i problemi e gli scacchi, ma imparando almeno a distinguere i veri esperti, di cui ci si può fidare, dai ciarlatani. Chissà, magari anche parlare ai ragazzi delle truffe scientifiche e dei capri espiatori, di cui tratta il mio libro, potrebbe essere utile. D’altra parte, dovremmo prendere esempio da altri Paesi, che hanno saputo reagire in modo efficace a difficoltà analoghe a quelle dinanzi alle quali le nostre autorità hanno fallito. Pensiamo a come il Regno Unito abbia saputo debellare l’antivaccinismo, senza irrogare sanzioni draconiane e senza nemmeno imporre obblighi. Questo richiede strumenti che in Italia non abbiamo, cioè una pubblica amministrazione e dei mass media capaci e responsabili. Come dicevo, non sarà un lavoro né facile né breve. Ma non c’è altro da fare.

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