Il racconto di Pittella sul ritorno a una politica dei valori

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Nel libro autobiografico del politico del Pd la rivendicazione di una lunga storia politica vissuta tra la gente, dalla Basilicata a Bruxelles, e ritorno

Il leit motiv che da anni accompagna la politica è ormai chiaro e suona più o meno così: è un affare sporco e cattivo, non va assolutamente praticata da professionisti, e chi proprio deve farlo per carità, non più di due mandati, che sennò diventa “uno della casta”.

Una narrazione, a giudicare dagli ultimi risultati elettorali, che ha fatto e continua a fare breccia. Per questo appare coraggiosa la scelta di Gianni Pittella, politico di lungo corso da sempre ancorato a sinistra, che nel libro autobiografico Il più bello dei mari è quello che non navigammo, edito da Rubbettino, ha deciso di raccontare la sua vita proprio attraverso la lente della politica, come recita il sottotitolo “Bella a appassionata”, rivendicando, al contrario della vulgata, di averne fatto la sua principale attività fin dall’età di dieci anni.

Una storia che, detta così, si direbbe capace di far drizzare i capelli al più puro dei grillini; eppure il racconto di Pittella, per gli argomenti e lo stile narrativo sanguigno – tipico del personaggio -, riesce a trasmettere l’idea di un impegno politico che può essere alto e nobile anche ( o forse proprio perché) praticato a lungo. Un’attività che non tocca semplicemente l’organizzazione della vita di una comunità, ma che chiama in causa valori e ideali, passioni e sentimenti, termini sconosciuti al nuovo governo populista alla guida del Paese, e pericolosamente scomparsi dal nostro linguaggio quotidiano.

Il richiamo agli ideali è del resto presente fin dal titolo, con la citazione di una delle poesie più belle del turco Nazim Hikmet, presa a prestito per simboleggiare la traversata che aspetta oggi la sinistra perché, per dirla con Pittella, “i valori sono dirompenti e consentono di innovare restando fedeli a se stessi”.

I punti cardinali che fanno da architrave al libro sono due: il Sud e l’Europa. Contesti che evocano alla perfezione la parabola politica di Pittella, che da consigliere comunale nel piccolo Comune di Lauria è passato per il consiglio regionale della Basilicata, per poi approdare alla Camera e arrivare nel 1999 al Bruxelles, dove è rimasto per quasi un decennio ricoprendo le cariche prima di vicepresidente del Parlamento europeo e poi di presidente del Gruppo S&D, l’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici che ha provato a replicare in Europa l’esperienza della fusione di culture politiche rappresentata dal Pd.

Un ‘esperienza politica cominciata all’ombra del padre Domenico, medico e senatore per il Partito socialista dal 1972 al 1983, scomparso di recente. Una figura forte e carismatica che ha ispirato l’intera parabola politica del figlio Gianni che, non a caso, gli ha dedicato il libro e una commossa postfazione.

Dunque il Sud, dicevamo, inteso non solo come luogo geografico ma come “luogo dell’anima”, perché “i Sud del mondo” sono l’emblema delle difficoltà e delle deprivazioni in cui, per Pittella, “risiedono le ragioni del socialismo” capaci di evocare gli ideali di giustizia sociale e di politica fatta per il bene comune.

E l’Europa, nella convinzione, come si legge nel libro, che oggi più che mai “fare politica per la Lucania e per il Mezzogiorno significa fare politica in Europa”, perché le dinamiche centro/periferia sono le stesse e si alimentano degli stessi stereotipi, che si tratti di Sicilia e Veneto o di Portogallo e Germania . Un’Europa, che, però deve riuscire a riformare se stessa e a ripartire, mettendo da parte i dogmi dell’austerity impressi dalla destra, in nome di un’Unione che rimetta al centro i cittadini e la questione sociale.

Pittella conclude con un messaggio di ottimismo e con un invito alla sinistra a saper ripartire dalla sconfitta, riuscendo a coltivare un’idea di futuro che parli alla società, perché, si chiude il libro (e non possiamo che prenderlo come auspicio), “i più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E la politica più bella non l’abbiamo ancora vista”.

 

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