L’Istat non scommette sulla crescita: “Rischio Pil in calo nel secondo trimestre”

Focus

Il Pil italiano rischia una nuova ricaduta

Non arrivano buone notizie da Rapporto annuale dell’Istat. Partiamo dalla stima preliminare sul Pil di secondo trimestre, che secondo l’Istituto di Statistica sarà con grande probabilità ancora negativo. C’è un 65% di probabilità, spiega l’Istat, che ci sia di nuovo un meno davanti al dato del Pil, che l’intero primo semestre segni quindi un rallentamento generale dell’economia italiana.

Molto lontano, insomma, il +2% del Pil che i gialloverdi sbandierano come un risultato alla portata di mano. Anzi la probabilità di contrazione del Pil nel secondo trimestre è “relativamente elevata”. Secondo l’Istituto di statistica, a pesare è stato il contributo negativo della domanda estera netta e una significativa decelerazione dei consumi. Gli investimenti lordi hanno rappresentato, invece, la componente più dinamica della domanda, con un aumento del 3,4% e un contributo alla crescita pari a 0,6 punti percentuali. Nel 2018, la domanda estera netta ha fornito un contributo marginalmente negativo (per un decimo di punto) alla crescita del prodotto interno lordo, come sintesi di un rallentamento della dinamica delle esportazioni di beni e servizi in volume superiore a quello registrato dalle importazioni.

Guardando al 2018 l’Istat mette in evenienza come l’Italia abbia “proseguito il percorso di riequilibrio dei conti pubblici”, ma i progressi fatti “non sono stati sufficienti ad arrestare la dinamica del debito”, in salita. Il rapporto raccoglie e riorganizza i dati che mensilmente l’Istituto già diffonde e traccia un quadro riferito all’anno passato. Sul fronte del mercato del lavoro, nel 2018 il livello dell’occupazione è tornato a essere il più alto degli ultimi dieci anni, superando di 125 mila unità quello prerisi (+0,5% rispetto al 2008), ma il sistema è cambiato e presenta una maggiore fragilità delle posizioni lavorative.

Il rapporto rileva come ad aumentare sia stato principalmente il lavoro dipendente (che in dieci anni è aumentato di 682 mila unità, +4%), la cui crescita nel corso del decennio è dovuta essenzialmente al tempo determinato: rispetto al 2008 si contano 876 mila occupati a tempo pieno in meno e quasi un milione e mezzo di part time involontario in più. Nuove vulnerabilità riguardano i giovani, le donne, i stranieri e i divari territoriali.

L’Italia è una “realtà composita, eterogenea, bellissima e contraddittoria. È una terra ricca di tesori, arte e bellezza”, ma ”è altresì una nazione ricca di problemi irrisolti, talvolta a seguito di alcune eredità, una per tutti quella del tema ricorrente circa il ‘debito pubblico’, che certo avremmo preferito acquisire con ‘beneficio di inventario’”, ha dichiarato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, in occasione della presentazione del Rapporto.

Italia in “recessione demografica”

Siamo sempre di meno e sempre più vecchi. Calano le nascite, anche perché, complice l’assenza di un lavoro stabile, sono pochi i giovani che lasciano la famiglia di origine e decidono di sposarsi facendo figli. Aumentano i decessi ma non il numero delle vedove, superato dalle anziane coniugate grazie all’aumento di sopravvivenza degli uomini. Dal 2015 i residenti nel nostro Paese sono in diminuzione: 60,4 milioni al primo gennaio di quest’anno, oltre 400mila in meno rispetto al primo gennaio di quattro anni fa. Un “declino demografico” che si spiega con una evidente riduzione delle nascite (439mila bambini iscritti all’anagrafe lo scorso anno, ben 140mila in meno rispetto al 2008) a fronte di un aumento dei decessi (633mila nel 2018, circa 50mila in più di 11 anni fa). Il 45% delle donne tra i 18 e 49 anni, il dato e’ del 2016, non ha ancora avuto figli anche se sono meno del 5% quelle che dichiarano che avere figli non rientra nel proprio progetto di vita. E meno male che, come effetto delle migrazioni, da noi vivono 5,2 milioni cittadini stranieri (anche loro destinati a invecchiare), circa l’8,7% della popolazione totale.

Natalità, il contributo degli stranieri si riduce

“Il saldo migratorio con l’estero, positivo da oltre 40 anni, ha limitato gli effetti del calo demografico”: nel 2018 si stima un saldo positivo di oltre 190 mila unità. I cittadini stranieri residenti in Italia al gennaio 2019 sono di 5,2 milioni (l′8,7% della popolazione). I minori di seconda generazione sono 1 milione e 316 mila, pari al 13% della popolazione minorenne; di questi, il 75% è nato in Italia (991 mila).  Tuttavia l’Istat segnala come “il contributo dei cittadini stranieri alla natalità della popolazione residente” si stia “lentamente riducendo”: “dal 2012 al 2017 diminuiscono, infatti, anche i nati con almeno un genitore straniero (oltre 8 mila in meno) che scendono sotto i 100 mila (il 21,7% del totale)”. Ecco che anche “la popolazione straniera residente sta a sua volta invecchiando: considerando la popolazione femminile, la quota di 35-49enni sul totale delle cittadine straniere in età feconda passa dal 42,7% del primo gennaio 2008 al 52,4% del primo gennaio 2018″. L’Istat fa inoltre notare che “nel 2017 sono stati rilasciati quasi 263 mila nuovi permessi di soggiorno, in lieve aumento rispetto al 2016, dopo una tendenza alla diminuzione già messa in luce negli anni precedenti: nel 2010 erano quasi 600 mila”.

Per i giovani percorsi non lineari

I giovani escono dalla famiglia di origine sempre più tardi sperimentando, rispetto alle precedenti generazioni, percorsi di vita più vari e meno lineari del passato che spostano in avanti le tappe principali di transizione allo stato adulto. E’ quanto rileva l’Istat nel Rapporto annuale 2019. Il rapporto 2019 ci dice che al primo gennaio 2018 i giovani residenti in Italia di eta’ compresa tra i 20 e i 34 anni sono 9 milioni e 630 mila, pari al 16% del totale della popolazione (anche loro in diminuzione di oltre 1 milione e 230mila unità rispetto al 2008). Ebbene, più della metà (5,5 milioni), celibi e nubili, vive con almeno un genitore. Il fatto di non poter contare su un lavoro stabile non aiuta i ragazzi a dar corso ai loro progetti di vita. Nel secondo dopoguerra si lasciava la famiglia intorno ai 25 anni. Per la generazione degli anni Settanta il distacco avveniva verso i 28

 

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli