Lodovini amante, madre e operaia: va in scena la donna-schiava soft

Focus

Lo spettacolo è in scena alla Sala Umberto di Roma fino al 16 dicembre

Una cascata di sensualità, un pensiero militante che si fa corpo e anima sulla scena, le splendide grazie dell’attrice protagonista che diventano luogo di una contesa, fra il potere ufficiale e una dignitosa autodifesa, fra la tradizione dei rapporti fra uomo e donna che si perpetua più violenta che mai e l’innocenza, una fragile inconsapevolezza, la dolce poetica della rassegnazione o un agguerrito contrattacco che cercano di fare da barriera di protezione, argine e mirino.

Valentina Lodovini è bellissima in questo Tutta casa, letto e chiesa, testo storico di Dario Fo e Franca Rame, di quella bellezza che contiene antinomie, la pace dei sensi che sa di straziante routine e il fuoco dei sensi che sa di incoercibile femminilità, la guerra con padroni e manipolatori e la guerra con se stessi per trovare la forza della ribellione, l’urlo di dentro che tutto scombina e può dare nuovi contorni alle cose e alle relazioni. La Lodovini col suo sex appeal espressivo e fisicissimo, incarna perfettamente di fronte a una nuda scenografia questi sussulti della carne e della libertà, vestendo/svestendo i panni di quei ruoli stereotipati con cui un maschilismo irrispettoso e prepotente ha geometrizzato le passioni delle donne, le loro possibilità non tanto e non solo di carriera e di guadagno, quanto di affermazione dei propri diritti, sviluppo delle proprie potenzialità, espansione della propria economia libidinale. Tutto infatti è sacrificato sull’altare della loro compostezza e impermeabilità sociale: il farsi ammirare, l’uscire di casa, il sottoporsi allo sguardo altrui, il godimento sessuale, il giusto salario nelle fabbriche, la stima completa della persona, il non cadere nelle trappole di quel recentissimo “paese delle meraviglie” che vuole la donna solo oggetto di trastullo, bambola mediatica, accessorio da boudoir, superficie caramellosa e voluttuaria sempre pronta all’altrui uso grazie a tecnologie cosmetiche che riconfigurano il suo corpo nella sommatoria di interventi sterili, profumi, creme, balsami, massaggi, diete, per essere al centro di una misura di ”normalità” che recita solo se stessa.

Tutta casa, letto e chiesa è uno spettacolo sulla condizione femminile, dunque, in particolare sulle servitù sessuali della donna, ma non solo. Sorrisi e amarezza si amalgamano nell’andare avanti del testo, e la Lodovini si scinde in questa pioggia di tratti, di tracce di cui la Donna che è dietro tenta una disperata ricomposizione di verità. Il primo debutto è stato a Milano, alla Palazzina Liberty, nel 1977, in appoggio alle lotte del movimento femminista. Il testo è tuttora allestito in oltre trenta Nazioni, a dimostrazione di come le asperità del potere, le sue tattiche, le sue incombenze ossessive si siano solo sofisticate e modificate in peggio, non risolte o diluite.

La Lodovini interpreta 3 quadri fondamentali in circa un’ora e dieci di monologo. La consorte che per un tradimento – che sa più di conquista di un primo vero amore che di esercizio di lussuria – viene addirittura chiusa in casa a chiave, fra guardoni del balcone di fronte e chiacchiere inutili con la vicina, finché non è proprio un fucile a candidarsi come arma del riscatto verso tutti i maschi che la vogliono solo come silhouette da spiare o gioiellino domestico da recludere fra quattro mura come in un pollaio. Nel secondo, è la donna che non vuole cedere al ricatto della procreazione, tramandato dall’ortodossia cattolica come la massima espressione della donna e del suo affiancare l’uomo: ma i dolori della gestazione? Le responsabilità che il marito disattende? I medici che non vogliono praticare l’aborto? Tutto a carico dei fantasmi e delle “colpe” dell’eventuale madre che, a quel punto, preferisce rinunciare e rompere in mille pezzi la camera di specchi della casa-focolare come tempio di ogni santità.

Nel terzo, troviamo l’operaia che addirittura dimentica che oggi è domenica e non deve andare a onorare il “sciur padrun da li beli braghi bianchi”, come suonava il canto delle mondine, ma la frenesia dell’orologio bloccato solo sui ritmi miserabili della produzione e della sopravvivenza, è tale da assottigliare ogni possibilità alternativa, anche quella di immaginare una fettina di tempo libero a beneficio del proprio bambino e della propria intimità.

Lo spettacolo è godibile, ironico e drammatico, la Lodovini è il perfetto terminale, nelle forme e negli sguardi, nell’anatomia e nei flussi di coscienza, di quel Potere che mai come oggi risulta prosaico e codardo, tentacolare e ripugnante, perché non impone cappi e patiboli, catene e canne di pistola alla tempia delle sue vittime predestinate. Ma cognizioni, abitudini, schemi, griglie valoriali che “dolcemente” sanciscono l’esautoramento della donna come soggetto pensante: devi essere un’amante zittita, una madre carica di ritegno (e magari di fede), un’artigiana robotizzata e alienata. Mani, braccia, muscoli, orifizi, una pesistica della vita che non c’entra più nulla con la vita stessa. Alla fine, appunto, la Lodovini più scolpita e deliziosa che mai, nel classico tacco a spillo di vernice, si erge come una statua di tentazione: l’estetica diventa monumento, reperto industriale, puro packaging, gioco frattale senza psiche. “Ora sì, divento una fica”. La catena di montaggio si è completata. La parte per il tutto. Il sasso per lo stagno. Che resta maleodorante.

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