Lopez Obrador: stile popolare al servizio di un pragmatismo di progresso

Focus

Più che una lotta senza quartiere al neoliberalismo e agli Usa, Amlo mira a una rifondazione etica dello Stato e della comunità nazionale messicane all’insegna della solidarietà, della pacificazione nazionale e della costruzione di un orizzonte comune

Il 29 giugno del 2016 a Città del Messico, nell’ambito della Cumbre de Líderes de América del Norte, Barak Obama suscitò un certo scalpore quando affermò “a prescindere dalle definizioni specialistiche del termine populista […] se dare opportunità a tutti, a ogni bambino, ai poveri […] vuol dire essere populista, allora io sono populista”.

E ricordava la propria campagna elettorale del 2008 tutta all’insegna della vicinanza con le persone ma anche della solidarietà sociale. Obama rispondeva in parte al discorso oligarchico e antiprogressista che in quella stessa occasione l’allora presidente messicano Enrique Peña Nieto aveva appena pronunciato.

Da perfetto comunicatore, l’ex presidente Usa era ben consapevole che con quelle parole intercettava un sentimento montante
nell’opinione pubblica messicana fatto di disperazione, di paura sociale, di voglia di prossimità e solidarietà, dovuti a una crescente crisi sociale. D’altra parte Obama indicava pure una strada e un metodo per le forze progressiste riformiste messicane, come oggi dimostra la recente vittoria di Andrés Manuel López Obrador, con il 53% dei consensi, più di 33 milioni di voti.

Tutt’altro che un volto nuovo, Amlo, come ormai lo chiama la stampa di tutto il mondo, è un politico di lungo corso. Figlio di una famiglia di commercianti, laureato in Scienze Politiche alla Unam, sin dagli anni Settanta fu membro attivo del Partito Rivoluzionario Istituzionale, ricoprendo numerose cariche e distinguendosi spesso per una strenua battaglia per i diritti civili
degli indigeni e contro la corruzione dilagante.

Nel 2000 vinse le elezioni come governatore del Distretto Federale (la vasta area metropolitana di Città del Messico). Venne riconosciuto come uno dei politici messicani che più di altri aveva rispettato le promesse elettorali (ben l’80%). Nel 2006 per poco perse le elezioni presidenziali che videro vincitore Felipe Calderón. Nel 2012 mancò la presidenza del Messico contro Enrique Peña Nieto.

Dopo questa pesante sconfitta, invece di rassegnarsi e ritirarsi a vita privata, intraprende un nuovo percorso, si stacca dal proprio partito e trasforma la piattaforma civica che lo aveva sostenuto in una nuova formazione politica: Movimiento Regeneración Nacional o Morena. In questa fase lo stile politico di Amlo subisce una profonda trasformazione in senso populistico, caratterizzandosi sempre di più per un uso diretto della comunicazione e personalizzando il proprio movimento.

Questa trasformazione è in parte dovuta alla più moderna configurazione del nuovo soggetto di cui è promotore, in parte all’abbandono degli obsoleti modelli comunicativi dei vecchi partiti messicani. Amlo userà uno stile populistico coniugandolo con una forte visione istituzionale.

Le ragioni del successo della visione di Amlo sono però più profonde e devono essere ricondotte alla drammatica crisi sociale che ha investito il Messico degli ultimi anni, riassumibile in due parole: violenza e polarizzazione sociale. La campagna elettorale di Amlo è stata una costante denuncia della violenza che imperversa nel paese e che, solo nel 2017, ha prodotto più di 25.000 morti, sia per la guerra dei Narcos, sia per il dilagare della piccola criminalità.

Tuttavia la soluzione proposta da Obrador non si limita all’intervento repressivo, su cui non fa sconti a nessuno, ma a una maggiore redistribuzione delle risorse e alla lotta contro la povertà. Nell’ultimo decennio la società messicana ha subito una profonda contrazione della classe media, che nel secondo Novecento aveva, con fatica, cercato di imporsi.

Nel paese si è determinata una violenta polarizzazione sociale, un impoverimento reale dei ceti medio bassi e un aumento esponenziale degli indigenti. Su questo terreno hanno fatto breccia le parole di giustizia sociale di Amlo. Contrariamente a quanto possano dire i commentatori di destra, la storia e l’agenda del nuovo presidente svelano un leader più vicino al brasiliano Lula che al venezuelano Chavez. Come già alcuni analisti, anche della sinistra radicale latinoamericana, hanno sottolineato, Amlo sarà un presidente della mediazione, del riformismo pragmatico, innanzitutto con il presidente statunitense Trump e con i mercati finanziari (che già hanno mostrato di non temerlo), ma anche con le parti sociali (in particolare con i sindacati che lo hanno fortemente sostenuto) e con le multinazionali operanti in Messico.

Più che una lotta senza quartiere al neoliberalismo e agli Usa, tipiche della tradizione del bolivarismo rivoluzionario, Amlo mira a una rifondazione etica dello Stato e della comunità nazionale messicane all’insegna della solidarietà, della pacificazione nazionale e della costruzione di un orizzonte comune. In questo senso deve essere letto il suo motto “Prima i messicani”, che solo le nostre vicende europee possono far suonare in modo tetro.

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