Tentoni e la storia d’Italia letta attraverso i flussi elettorali

Focus

L’ultimo libro “Capitali regionali. Le elezioni politiche nei capoluoghi di regione 1946-2018”, strumento eccellente per comprendere le vicende politiche

L’ultimo libro di Luca Tentoni, “Capitali regionali. Le elezioni politiche nei capoluoghi di regione 1946-2018”, edito da Il Mulino, è uno strumento eccellente per comprendere la storia elettorale e le vicende politiche e sociali della Repubblica italiana.

Queste vengono lette attraverso il rilevamento dei dati elettorali delle singole forze politiche nelle cosiddette “piccole capitali” regionali, che hanno rappresentato e ancora simboleggiano (anche se sempre meno), a differenza del cosiddetto hinterland, una sorta di “mercato aperto”, come osserva Tentoni, nel quale: “il pluralismo delle scelte politiche è molto più accentuato che altrove”.

Dati elettorali, inoltre, che vengono messi a confronto e in relazione con il resto del territorio e con il complessivo dei risultati delle elezioni: “Sul piano sociale, culturale, economico e politico i capoluoghi di regione non rappresentano un’ élite, – spiega l’autore – ma, più semplicemente, un modo di essere diverso rispetto al retroterra geografico. Lo dimostra il fatto […] che la differenza di voto fra «piccole capitali» e altri comuni (Idg) è in media, fra il 1946 e il 2018, di poco superiore al 10% dei voti e che il dato, sebbene leggermente diminuito nel periodo 2001 – 13 […] ma in netta ripresa nel 2018 […] è rimasto costantemente alto durante tutta la storia repubblicana”.

Il metodo utilizzato nella ricerca permette di cogliere le differenziazioni che si sono manifestate nelle varie tornate elettorali, fornendoci, oltretutto, la storia del Paese così come è venuto sviluppandosi dal Secondo dopoguerra ad oggi. Perché prendendo in esame gli elementi che Tentoni ci fornisce, con grande padronanza e meticolosità, non si legge soltanto lo sviluppo elettorale del Paese, ma si coglie la sua continua trasformazione sia a livello politico che sociale ed economico.

Il tutto è compreso nella diversità di ambito generale disegnata dalla difformità fra il Nord e il Meridione del nostro Paese. Già il voto del referendum del 1946 fra monarchia e repubblica e il risultato delle elezioni per l’Assemblea costituente contribuì a certificare quelle linee divisorie, e di unione, a livello politico-elettorale-sociale, che ancora oggi, seppur in modi diversi, attraversano l’Italia. Anche se, restando allo specifico del ’46, il voto nel referendum si distanziò dal voto politico in quanto, scrive Tentoni, rispetto ai capoluoghi: “i voti alla Repubblica sono più di quelli ottenuti dai partiti che si sono schierati a favore di quella opzione. C’è una percentuale di voti, che oscilla fra il 6% e il 9% (in undici capoluoghi di regione) eccedente rispetto a quella del «fronte repubblicano» (e che, dunque, è forse frutto dell’apporto dell’elettorato democristiano); il surplus è meno marcato in molti capoluoghi”.

L’autore è particolarmente attento a misurare la cosiddetta “volatilità” fra blocchi e fra territorio e capoluogo ragionando su una sostanziale stabilità (soprattutto fino al 2000) sia nei casi particolari presi in esame che nel contesto più generale della maggior parte delle aree politiche, sociali e culturali: da quella moderata e di centro a quella di destra e di sinistra, comunista e socialista, in particolare, contrassegnata dall’egemonia del Pci; da quella laica (liberali, repubblicani e radicali) fino a quella parte “qualunquista” sempre presente, sotto traccia, fra le pieghe di questo Paese.

Anche di fronte alle nuove esperienze dettate dal cosiddetto boom economico la narrazione elettorale e politica nazionale è sostanzialmente persistente seppur di fronte all’emigrazione interna; allo sviluppo del cosiddetto triangolo industriale; all’aumento della ricchezza disponibile procapite; al permanere di sperequazioni “infraregionali” nonché nazionali. Esisteva, quindi, un’Italia che si muoveva (come poteva) a livello politico ed elettorale con molta lentezza, in modo impercettibile, all’interno della complessità mondiale contrassegnata dalla divisione bipolare est-ovest, di cui bisogna tenere conto.

Molto interessante è la parte in cui si segnala l’emergere del “non voto” come fenomeno che si palesa, nei primi e sottovalutati sintomi, negli anni Settanta (un momento, non a caso, di grosse e per certi versi drammatici mutamenti sociali e politici), a partire dalle elezioni del ’79: “In realtà, apparve ben presto chiaro a studiosi e commentatori che l’avanzata dell’astensionismo – ha scritto David Tuorto nella citazione che ne fa Tentoni – stava ad indicare l’inizio di una fase nuova di instabilità politica, in cui i comportamenti degli elettori cominciavano a sbloccarsi”.

E se lo “sblocco” indicato, nei suoi “primi passi”, procedette paradossalmente attraverso il “non voto” è anche perché la società nel suo insieme si “sciolse”, in un certo senso, cominciando ad abbandonare le originarie appartenenze culturali e politiche. Il fenomeno delle Leghe viene letto, anche, in questa ottica. Il voto leghista, infatti, nota l’autore: “è figlio del territorio, erede per molti versi della subcultura democristiana (ma non solo)”.

Questo fu un avvenimento che partendo dal Nord si dimostrò oramai impermeabile ad ogni tentativo di riforme cui pure la Dc con De Mita, e con il coraggioso tentativo di Martinazzoli, o il Psi con Craxi, per citare i protagonisti di quella fase, si predisposero a fare, forse alla ricerca di esiti differenti, tentando, attraverso la “grande riforma” istituzionale, di intercettare il cambiamento che si percepiva nel paese: “La mancanza di risposte alle istanze del Nord erode la subcultura bianca nel Settentrione, mentre il referendum del 1991 sulla preferenza unica per la Camera dei deputati (volto a combattere un uso clientelare della scelta dei candidati, in particolare nel Mezzogiorno) sembra strettamente legato al voto del 1978 contro il finanziamento pubblico dei partiti”.

E’ vero anche, come sottolinea Tentoni, che le istanze di quel tentativo di riforma, molto in “potenza” che “in atto” a dir la verità, per una sorta di eterogenesi dei fini, si trasformarono: “in un desiderio collettivo di cambiamento della classe politica, come se certi fermenti, già presenti negli anni Settanta ai tempi dei grandi scandali (Lockheed), si fossero cristallizzati nel decennio della ripresa economica e dell’uscita dall’emergenza terroristica. Lo stesso pentapartito, da formula politica […] sembra diventato un mero patto di potere, nella percezione comune”.

Cambiarono, di fatto, i parametri, soprattutto verso i partiti di governo, che pure si impegnarono, con tutti i loro limiti, nel tentativo di cambiamento anche interno: la Dc soprattutto in quest’ultimo caso cercò con Martinazzoli di salvaguardare il proprio nucleo ideale per tentare di riproporlo, aggiornato e cambiato, in un possibile futuro. In tale quadro alcune forze, principalmente a sinistra, pensarono di avvantaggiarsene nell’ottica della conquista del governo del paese, non capendo come scrivono Passarelli e Tuorto, citati da Tentoni, che: “La Lega intercetta, interpreta e amplifica la questione settentrionale in chiave anti-politica usando il territorio contro lo Stato e il sistema politico tradizionale, per alimentare la contrapposizione centro-periferia, Nord-Sud, italiani-immigrati” (p. 131).

E quando queste zone si disarticolarono, rompendo gli equilibri consolidatesi negli anni sia nelle aree più produttive, che in quelle meno, del Paese, terminò di fatto (anche se non solo per quello) la propria vicenda politica e storica anche la Dc, partito italiano, come è stato giustamente definito, e interclassista, che aveva una presenza profonda e significativa, sia nel bene che nel male, in quelle zone.
Assieme all’emergere del leghismo, paradossalmente ma non troppo, arrivò il neo-centrismo di Forza Italia: partito nuovo, senza sostanziale presenza sul territorio (almeno come costruita dai partiti precedenti), ideato e formato come un “patchwork” in grado di intercettare ciò che la società dei consumi e dei nuovi mezzi di comunicazione di massa aveva contribuito a creare (la TV commerciale su tutto) fra cui la spinta individuale e leaderistica, condotta al suo estremo vertice, dell’agire politico.

Forza Italia univa, anche se in modo abbastanza instabile, i due aspetti: il territorio e la sua perdita di centralità. Si mirava, almeno all’inizio, ad accogliere e promuovere la costruzione di un consenso “virtuale” basato cioè su una partecipazione dell’elettore/cittadino meno assidua del passato, e, allo stesso tempo, si dimostrava la capacità di mobilitarsi e dare comunque espressione elettorale a esigenze vere, e non “virtuali”, che arrivavano dai territori stessi colti nel loro mutamento sociale ed economico: “L’elettorato di Fi è, come ama definirsi lo stesso Berlusconi, “concavo e convesso”: più numeroso nella città del Nord dove la Lega non sfonda, meno a Roma dov’è forte An” (p. 171). Da una parte, inoltre, la destra di origine Msi si “sdoganava” attraverso Alleanza nazionale; dall’altra ci si rendeva conto che il Pds (erede, anche territorialmente, del Pci) aveva scarse capacità espansive e per questo si crearono contenitori più ampi. E a sinistra si cercò il cosiddetto “papa straniero” che mettesse d’accordo le diverse anime dell’alleanza e che fosse, in special modo, in grado di parlare ad un Paese che sentiva sempre meno le appartenenze del passato e che si avviava ad essere totalmente “sciolto” ed “insensibile” alle liturgie della Repubblica dei partiti. Il 2001 ha rappresentato un momento di passaggio molto importante. Le elezioni che si celebrarono quell’anno vengono individuate da Tentoni come quelle del mutamento: aumentò di fatto il “movimento” degli elettori, la differenza di voto fra centri maggiori e minori scese, avviando un processo di omogeneizzazione in tal senso: “La frammentazione elettorale è stabile, mentre diminuisce il numero dei partiti (a 6 nei capoluoghi di regione, a 6,3 negli altri centri)” (p. 185).

Gli avvenimenti seguenti li ricordiamo un po’ tutti, fino alle convulse vicende del novembre 2011 con l’incarico a Monti che Tentoni individua come: “culmine della legislatura e il punto di chiusura degli anni Duemila anche dal punto di vista politico”(p. 210-211). La crisi economica accompagnerà, comunque, la campagna elettorale del 2013 che registra, anche per questo, il definitivo salto rispetto agli assetti e alle forme politico-elettorali conosciute, con l’emergere e l’avanzare di un “non partito” (un movimento) almeno nei termini noti cui eravamo “assuefatti”, trasportato da un elettorato che sfugge a canoni interpretativi classici e che esprime il più generale mutamento della partecipazione democratica e della percezione della stessa (la “disillusione democratica” di cui parla Reynié, citato da Tentoni a p. 213).

Scrive Tentoni: “L’avanzata del M5s appare omogenea, semplicemente perché non ci sono zone di insediamento tradizionale”(p. 221). Annotava Marc Lazar che: “l’errore più grave sarebbe quello di credere che l’Italia costituisca un’anomalia in Europa: presenta alcune particolarità, ma non fa che accentuare tratti che si ritrovano altrove, come specchio deformato di una crisi della rappresentanza politica che si osserva in quasi tutti i paesi europei” (p.232).

Tutto è in mutamento, anche gli stessi riferimenti principali del lavoro di Tentoni, il quale scrive che: “L’impostazione delle campagne elettorali e la “nazionalizzazione mediatica” della battaglia politica hanno spinto la periferia ad omologarsi al pluralismo e alla pluralità tipica dei centri maggiori. Non solo la fine delle subculture, ma l’introduzione di sistemi elettorali (ben tre in un quarto di secolo, più uno – l’Italicum – mai applicato) hanno cambiato la natura della competizione. Non più fra singoli partiti, ma fra coalizioni. In questo modo, la necessità di schierarsi da una parte o dall’altra ha fatto venire meno la fedeltà al partito, perché l’elettore ha avuto modo di premiare o punire le scelte del soggetto politico votato in precedenza, optando per l’alleato di coalizione”(p. 249).

Si è avviata una generale disgregazione del panorama partitico a noi noto, ma questo sarebbe forse il “male minore”. E’ in “itinere”, un percorso di cui non abbiamo ancora ben chiaro l’approdo ultimo, una scomposizione della democrazia e della sua prassi (con pesi e contrappesi) così come l’abbiamo sconosciuta. Scrive l’autore: “La crisi economica del 2008-18 (durante la quale il Nord si riprende più rapidamente e nettamente del Sud, accentuando così le differenze preesistenti fra le due aree del Paese), le distanze crescenti fra classe politica ed elettorato, lo sfaldamento dei partiti intesi come corpi intermedi e camere di compensazione fra Stato e società riportano l’Italia – in occasioni delle elezioni del 4 marzo 2018 – a invertire il cammino di convergenza politica del comportamento di voto e ad accentuare il distacco fra grandi città (i capoluoghi di regione) e la “periferia”.

La mappa dei collegi elettorali offre una divisione del Paese fra Nord verde-azzurro (centrodestra) e Sud giallo (M5s) che sembra seguire con poche varianti la linea di confine del 1946” (p. 255).
Siamo, con questa citazione, quasi alla fine di uno studio così pregevole e autorevole. E siamo contestualmente, con ogni probabilità, di fronte al tramonto progressivo di un mondo di partiti (e forse di culture politiche) che hanno condiviso, salvaguardato e promosso la democrazia e la libertà, fra limiti, errori e successi, nel nostro Paese (non dobbiamo dimenticarlo, né farlo scordare in una sorta di minorità culturale e storica).

Ci troviamo, così, di fronte ad un appannamento di comportamenti politici che si volevano noti. Eppure si mantengono alcune costanti di voto e di appartenenza quasi simili a quelle conosciute (almeno per aree di riferimento sociale) che tagliano verticalmente il paese fra centri più grandi ed il cosiddetto hinterland (a volte in modo più accentuato a volte meno anche perché gli stessi due termini di riferimento mutano nella forma e nella sostanza in modo veloce), e lo dividono orizzontalmente fra Nord e Sud (dove la continuità, seppure residuale, di alcune subculture è davvero impressionante).

Il cambiamento di tendenze elettorali può considerarsi di lunga durata o è destinato anche questo a rimescolarsi a breve? Scriveva Parisi tempo fa, come lo cita l’autore: “dietro le differenze tra i risultati conseguiti da un partito in due elezioni possono infatti stare molte cose. Ed anche se il risultato fosse identico questo non significherebbe che non ci sia stato movimento elettorale. E’ perciò indispensabile andare oltre i saldi per ricostruire i reali movimenti di voto superando il rischio che i singoli flussi compensandosi si elidano reciprocamente” (p. 142).
Seppur scritto in un contesto diverso la riflessione riportata indica come pur all’interno di costanti (come l’ultima contingenza politico-elettorale italiana, che si presume lunga) ci siano movimenti da studiare e da considerare per l’azione politica delle opposizioni e della maggioranza, in vista della costruzione del proprio consenso elettorale e sociale, in considerazione dei prossimi appuntamenti elettorali.

All’interno di ciò andrebbe misurata e perseguita comunque, con attenzione e sensibilità, la ricostruzione di un sentire democratico di fiducia e speranza nel futuro; in grado di tenere insieme il Paese attorno a progetti comuni in senso partecipativo e nel rispetto dei valori e della regole della democrazia stessa, nonché delle Istituzioni rappresentative e di garanzia.
Il volume di Tentoni rappresenta una guida indispensabile in tal senso, sia per gli appassionati di flussi elettorali perché analizza con competenza quanto si muove a livello di percentuali sia perché attraverso questo si può comprendere da dove veniamo, dove siamo e soprattutto cercare di capire la prospettiva futura che attende questo Paese e che interessa tutti noi.

Vedi anche

Altri articoli