Quella ferita aperta che lo Stato italiano deve ancora sanare

Focus

Scompare la madre Luciana, una donna straordinaria che ha lottato per conoscere la verità

Non ce l’ha fatta Luciana Alpi ad andarsene avendo ottenuto la verità e la giustizia sull’omicidio di sua figlia Ilaria e dell’operatore Miran Hrovatin.
Ci ha lasciato prima,con dentro al cuore questo dolore. Dopo quello, enorme, che ha devastato la sua vita e quella del marito Giorgio, scomparso
qualche anno fa. Una lunghissima battaglia di una donna straordinaria, da quando quel giorno di marzo di ventiquattro anni fa, a Mogadiscio, Ilaria e Miran vennero uccisi, per avere scoperto loschi traffici di armi e rifiuti all’ombra della cooperazione internazionale. Una lunghissima battaglia contro depistaggi, inquinamenti di prove, false testimonianze, condanne di innocenti (il somalo Hashi Omar che si è fatto, incolpevole, sedici anni di carcere).

Luciana stava aspettando la decisione sulla richiesta della Procura di Roma di archiviare il caso. La sentenza di Piazzale Clodio era attesa per l’8 scorso. Lei chiamò alla vigilia: “Sto in ospedale per dei controlli, non posso venire – disse -. Ma so che ci sarete voi, quelli della Fnsi, delle associazioni….”
La sentenza non c’è stata. Dovrebbe arrivare tra una decina di giorni. E Luciana se ne è andata senza sapere se lo Stato Italiano deciderà di sanare una profonda ferita ancora aperta. O se deciderà di metterci una pietra sopra. Ma come è possibile, ci chiediamo, mettere una pietra sopra sull’omicidio di Ilaria Alpi? Basta leggere le motivazioni della sentenza di un anno fa della Corte d’Appello di Perugia che, appunto, confermando l’innocenza di Hassan, indicavano la strada da battere per dare nuovo impulso alle indagini.

Sì, perché questa ferita è ancora aperta. Non solo, fino a ieri sera, per Luciana, non solo per i tanti amici e colleghi di Ilaria che in questi anni si sono battuti per la verità. È aperta per il Paese. Quel giorno, quel 20 marzo 1994, a Mogadiscio una coraggiosa giornalista e un operatore del Tg3 – del servizio pubblico – vennero assassinati perché avevano fatto il loro lavoro di giornalisti d’inchiesta. Ilaria aveva scoperto traffici che vedevano attive figure e personaggi italiani, perfino pezzi dello Stato. Da allora è stato un’alternarsi di montagne russe, di delusioni, di battaglie, di parziali traguardi, di impegno civile e democratico. Ma anche di pigrizie, lentezze, opacità. Ci sono state importanti personalità politiche (penso su tutte a Walter Veltroni) e della società, parlamentari ( penso innanzitutto a Mariangela Grainer ), commissioni parlamentari, giornalisti come Roberto Morrione e Santo Della Volpe e Beppe Giulietti, oggi alla guida della Fnsi che in questi anni non hanno lasciato sola Luciana e hanno tenuto viva la battaglia per impedire che venisse pronunciata la formula “Il caso è chiuso”. No, non era e non è chiuso. E a dare un impulso decisivo è stata qualche anno fa una giovane giornalista della trasmissione di una collega di Ilaria, Federica Sciarelli, “Chi l’ha visto”. La cronista è Chiara Cazzaniga, che trovò e intervistò in Inghilterra un equivoco personaggio, Gelle, il somalo che ventiquattro anni fa (sicuramente ispirato e pagato da “italiani”)  depistò le indagini e fece condannare ingiustamente il suo connazionale. Chiara riuscì e fargli ammettere queste cose. Fornì alla Procura tutte le indicazioni per trovarlo e interrogarlo.

C’è voluto fin troppo tempo per condurre in porto la rogatoria (noi stessi abbiamo sollecitato “gli uffici competenti” con iniziative parlamentari, raccolte di firme di parlamentari e altre iniziative più mirate). Ora che Luciana non c’è più la battaglia continua. Ci auguriamo che la Giustizia italiana non archivi il caso Alpi. Noi, in ogni caso, non archivieremo. Lo dobbiamo ad Ilaria e Miran, lo dobbiamo a tanti loro colleghi che in Paesi autoritari e antidemocratici ( dalla Russia di Putin alla Turchia di Erdogan) sono stati incarcerati o uccisi per impedire loro di disvelare verità scomode per i regimi e le mafie. E lo dobbiamo ai giornalisti italiani, spesso giovani come Ilaria, che rischiano a fare il loro mestiere civile. Ma questo è un discorso più ampio. Oggi, davanti agli occhi chiusi di Luciana, è giusto dire che il caso dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin  è aperto. E che ci aspettiamo dalla Procura di Roma un grande e rinnovato impegno per dare nuovo impulso alle indagini, per scavare, anche a distanza di tanto tempo, sui buchi neri di complicità, omertà e negligenze. Che in quegli anni riguardarono troppe stragi, omicidi, violenze. Ferite aperte. Che una democrazia deve chiudere con la verità è la giustizia.

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