L’ultima follia di Freccero, mescolare Woodstock e Rita Pavone

Focus

Una strampalata trasmissione fa solo il 2,5 di share. Ma eccezionali gli spezzoni del grande raduno di 50 anni fa

Far parlare Rita Pavone di Woodstock è come far tenere una lezione sulla Critica della ragion pura a Toninelli: una scommessa più assurda di un quadro di Pollock, più ridicola di un tweet di Fusaro, più forzato di un discorso di Fassina, più illusorio del governo di Roma della Raggi. L’ex godardiano Carlo Freccero ha fatto proprio come il venerato Jean Luc degli ultimi, orribili, inguardabili film che infatti nessuno va a vedere, proprio come questo strampalato Woodstock 50 affidato a un’improbabile Rita Pavone che ha racimolato un 2,5 di share che se ci mettiamo di punta lo facciamo pure noi. Della quale Pavone – noi quasi vecchi – siamo peraltro pronti a riconoscere un decennale talento vocale neppure affievolito dall’usura del tempo. E si vuole qui anche darle atto di non aver espresso grandissime bestialità riuscendo invece a restare al di qua dell’ovvio che più ovvio non si può  (“Gli anni sessanta sono stati anni trasgressivi”, “Forse ci aspettavamo di più”, “Ascoltavamo grande musica”, et similia) mentre è meglio non infierire sulle sue esibizioni canore : ma che bisogno c’era di farla cantare Summertime alla maniera di Janis Joplin se cinque minuti prima avevamo sentito la vera Janis Joplin? Lo stesso quando è arrivato uno che ha cantato If I were a carpenter, ascoltata un quarto d’ora prima da Tim Hardin a Woodstock? Cattiveria pura.

Della lunghissima serata di Jean Luc Freccero, oltre a momenti deprimenti come la performance del carissimo e vecchissimo Donovan, ormai inabile a cantare la sua immortale Catch the Wind (che gli valse il commerciale nomignolo di “Dylan europeo”), i posteri non ricorderanno neppure i due o tre artisti italiani, nemmeno un Mario Biondi in versione killer di Eleanor Rugby e del suo autore sir Paul, né tantomeno l’insulsa scenografia con tanto di ragazze con il laccetto sulla fronte e i piedi nudi – molto Peace and Love. E forse ci siamo persi qualche altro momento trash perché, apparendo lo studio di Jean Luc Freccero, istintivamente andavamo su Rai3 (ma anche lì nisba, ché c’era Bianca Berlinguer…).

Insomma, per farla breve, la cosa grande, il vero motivo per il quale siamo stati fino all’una di notte davanti a un programma Rai (non ci succedeva dai Mondiali del Messico del 70) è stata la messa in onda di spezzoni originali di Woodstock.

 

E dunque bravi chi li ha scelti perché non si è trattato di immagini inserite nello stra-visto film di Wadleigh: così abbiamo goduto vedendo, appunto, Janis urlare la sua “Try” o i Jefferson cantare Somebody to love,  e Crosby Stills e Nash la beatlesiana Blackbird, e anche qualche immagine “nuova” è assolutamente fuori da ogni possibilità di descrizione di Jimi Hendrix, che chiuse il Festival di Woodstock davanti a poche migliaia di persone: moltissime erano già andate via, perse nel grande sogno americano. E abbiamo spento la tv, addio Rita.

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