L’umanità, la patria, la democrazia

Focus

La lotta di liberazione merita di esser considerata un “secondo Risorgimento”

Si racconta che nel mio paesino di origine, in Abruzzo, nei primi anni del secolo scorso un anarchico abbia gridato in piazza, in occasione di una manifestazione pubblica: “Abbasso la patria, viva l’umanità!”. E un po’ per caso, in questi giorni mi trovo a leggere il libro di Alberto Mario Banti “Sublime madre nostra – La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo”. Lo storico, in maniera chiara e con il sostegno di numerosi documenti, mostra le tre figure profonde a lungo legate al discorso nazional-patriottico: “1. la nazione come parentela/famiglia; 2. la nazione come comunità sacrificale; 3. la nazione come comunità sessuata, funzionalmente distinta, cioè, in due generi diversi per ruoli, profili e rapporto gerarchico”.

Ecco: la lotta di liberazione merita di esser considerata un “secondo Risorgimento” anche in quanto con essa quel discorso inizia a mutare in modo sostanziale. Il ruolo della donna diviene attivo (ed è un bene che la grande manifestazione di Milano del 25 aprile lo evidenzi. Non è un caso, poi, che in Italia il suffragio diventi davvero universale solo nel 1946). E la condivisione di principi e di valori come la pace fra i popoli, la libertà, la giustizia sociale, il pluralismo come attributo essenziale della democrazia diviene assai più importante dei vincoli di “sangue”.

Fra coloro che combattevano contro il nazifascismo diverse erano le prospettive, certo: prospettive intese come punti di vista e come orizzonti immaginati per il futuro. Eppure esse trovarono una sintesi di alto profilo grazie al lavoro dell’Assemblea costituente. Sì, i padri e le madri della Costituzione divennero pure madri e padri della patria.
Umanità e patria, grazie a quelle vicende, non vengono più concepite in contrapposizione. Detto altrimenti: gli ideali dell’illuminismo, non assenti nel primo Risorgimento, divengono fondamentali nel secondo.

Oggi è decisivo non smarrire quel patrimonio, unica “base sicura” per fronteggiare le sfide della globalizzazione senza cedere ai rigurgiti di un neonazionalismo sterile e impotente. Solo facendo leva sulla pluralità e sulla differenza di situazioni e di opinioni potremo infatti superare davvero le crisi e le angosce del nostro tempo.

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