L’unico dogma del M5s è l’anti-pluralismo

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I grillini sono i monopolisti della volontà generale, chiunque li ostacoli è un nemico del popolo

Le convinzioni della sinistra-sinistra circa la natura del Movimento Cinque Stelle e il progetto di normalizzazione del grillismo sono, com’è noto, condivisi da una schiera d’intellettuali – giuristi, politologi, registi ecc – che tutt’oggi rimproverano al Pd di aver spinto Di Maio&co fra le braccia di Salvini così determinandone una radicalizzazione antidemocratica.

Si tratta, com’è evidente, di un gigantesco errore di valutazione: il grillismo non è la versione “post-politica” del socialismo, né un partito antiestablishment lo si neutralizza affiancandolo a una forza moderata. L’errore commesso da Giolitti alle politiche del 1921 dovrebbe essere un monito efficace: incluse i fascisti nei Blocchi Nazionali illudendosi di poter così devitalizzare le frange più radicali del neonato movimento (che pure durante la sua genesi raccolse anche le istanze della contestazione antigiolittiana).

È il suo agnosticismo ideologico/valoriale a consentire al Movimento Cinque Stelle la violazione sistematica del principio di non contraddizione – giustizialismo e garantismo, ruralismo e cyber-entusiasmo, onestà e condoni edilizi –, pratica orwelliana tipica di qualunque partito populista, di sottolineare la propria estraneità rispetto a uno spettro politico ritenuto obsoleto e ingannevole (destra e sinistra hanno rubato in egual modo: questa è la narrazione grillina) e di raccogliere così un consenso socialmente e ideologicamente trasversale. Anche il movimento diciannovista si autodefiniva un antipartito pragmatico e antidogmatico e vantava l’assenza di vincoli dottrinari e organizzativi: era, per l’appunto, postideologico… e del resto lo stesso Mussolini proclamò che «noi fascisti ci permettiamo il lusso di essere rivoluzionari e reazionari (…), legalitari e illegalitari» (onestà e condoni, si diceva).

L’unico dogma a cinque stelle è l’antipluralismo (e dunque l’antiliberalismo… il feticismo della democrazia cosiddetta diretta): i grillini sono i monopolisti della volontà generale, chiunque li ostacoli è ipso facto un nemico del popolo. Anche questo è un refrain tutt’altro che nuovo.

È dunque evidente che un partito con requisiti simili sia pericoloso a prescindere da un eventuale matrimonio d’interessi con una forza sovranista.

Gli attacchi alla stampa e, solo per citarne alcuni, al Capo dello Stato, ai tecnici del Mef, alle istituzioni sovranazionali, a nemici occulti ecc – a qualunque contropotere metta in dubbio la realizzabilità e l’efficacia delle ricette nazionalpopuliste – non sono un effetto collaterale della salvinizzazione dei pentastellati, ma il prevedibile e nient’affatto inedito esprimersi dell’identità grillina.

Era comprensibile, seppur terribilmente ingenuo, sperare che il Movimento Cinque Stelle si potesse istituzionalizzare una volta abbandonati i banchi dell’opposizione.

Ma i teorici della normalizzazione del grillismo (che oggi o tacciono o cadono dalle nubi…) daranno ancora credito al tandem Grillo-Casaleggio: pronti a paventare la deriva autoritaria di fronte qualunque pur blanda razionalizzazione/verticalizzazione del potere (leggi ddl Boschi), perdonano tutto a un partito dichiaratamente ostile alla democrazia rappresentativa in virtù del suo programma di politica economica simil-peronista, un vero e proprio passe-partout per avere la benedizione di parte dell’establishment culturale del Belpaese. Annunciare la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato (!), attaccare la stampa, surrogare il Consiglio dei Ministri con vertici sistematicamente “extraistituzionali”, bypassare il Parlamento dopo averne peraltro privatizzato un terzo: tutto è perdonato nel nome delle autentiche istanze redistributive e stataliste che animerebbero i grillini. Gli eccessi – «giornalisti putt**e e sciacalli» – passano quasi in sordina, l’antiparlamentarismo viene minimizzato come se fosse una semplice boutade e il terrorismo psicologico ai danni di chiunque disattenda i diktat di Di Maio (senatori De Falco e Nugnes, ambedue prossimi all’espulsione) è fisiologica dialettica intra-partitica.

Ma per chi ha davvero – e non solo strumentalmente – a cuore le sorti della democrazia rappresentativa tanto il populismo peronista quanto quello sovranista sono meritevoli di censura: il secondo è al suo zenit internazionale e il primo permea di sé da sempre un significativo e influente pezzo di establishment intellettuale nazionale. Tempi duri per gli antipopulisti.

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