L’unità è la strada del Pd

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Quella di ieri è stata una buona giornata per il Pd, una giornata utile per l’Italia. Senza cedere a infantili ottimismi o a eccessiva presunzione, tuttavia la Direzione di ieri è stata positiva per diverse ragioni

Quella di ieri è stata una buona giornata per il Partito democratico, una giornata utile per l’Italia. Senza cedere a infantili ottimismi o a eccessiva presunzione, tuttavia la Direzione di ieri è stata positiva per diverse ragioni.

In una fase politica difficile e complessa come quella che il Paese sta vivendo e che dopo due mesi esatti ha visto il fallimento dei vincitori alle elezioni (o presunti tali), non per un caso del destino ma per loro responsabilità conclamata, il nostro partito ha discusso, si è confrontato, ha esaminato la situazione e le novità che nel frattempo sono emerse e poi ha deciso.

Sembra strano doverlo ribadire ogni volta ma purtroppo, considerando il panorama dei partiti, continuiamo ad essere tra i pochissimi, forse gli unici, che esercitano la democrazia al proprio interno. Non è un dettaglio o uno sfizio snobistico. Praticare la democrazia dentro una comunità politica, con tutta la fatica che questo comporta, e in questi giorni ne abbiamo avuto ulteriori prove, anche personalmente, è un fatto che incide sulla qualità complessiva della democrazia per tutti. È una questione delicata che spesso a livello di dibattito pubblico viene troppo sottovalutata. Anzi, il più delle volte viene vissuta con fastidio e scambiata per confusione.

Poi certo, anche noi democratici abbiamo le nostre responsabilità e a volte forse finiamo per eccedere e sembrare litigiosi. Però continuare ostinatamente a considerare le regole democratiche essenziali per e fra di noi è un prerequisito per praticare una buona politica.

Solo per inciso è ciò che non fanno gli altri, anzi è ciò a cui altri partiti e movimenti (leggi in particolare M5S) si sono opposti quando nella scorsa legislatura si è tentato di portare fino in fondo una legge sui partiti per onorare l’articolo 49 della Costituzione. Non certo per caso.

Questo è stata prima di tutto la Direzione di ieri del Pd: una discussione aperta, franca e diretta che ha portato a una decisione condivisa e unitaria. Non era un esito scontato ma alla fine è stata una prova di maturità che il Pd ha saputo dare anche grazie a uno sforzo per trovare una composizione che valorizzasse tutte le posizioni. Non per questo le diverse sensibilità scompaiono, non per questo non si manifesteranno di nuovo, ma una decisione è stata presa e una linea politica chiara è stata ribadita: non ci sono le condizioni per fare un governo politico né con Di Maio né con Salvini, il Pd ascolterà il Presidente Mattarella e proseguirà nel suo approccio costruttivo. Una decisione che tutti siamo chiamati a rispettare e a condurre con coerenza.

Ovviamente a questo punto la domanda sorge spontanea: che cosa succede adesso? Di fronte allo stallo determinato in modo evidente da una conduzione irresponsabile e personalistica di Di Maio e Salvini, è il tempo di preoccuparsi dell’Italia. E invece succede che proprio in queste ore prima Grillo e poi Di Maio, dopo essersi sforzati di mantenere un tono moderato, hanno ricominciato a usare un linguaggio e argomenti estremisti e davvero preoccupanti. E anche Salvini torna a sventolare la bandiera populista.

È il momento di aver a cuore il nostro Paese e di mettere fine a una infinita campagna elettorale che sta facendo solo danni. I cittadini si aspettano dalla politica risposte concrete non propaganda. Il Partito democratico c’è con le sue proposte serie e fattibili e le sue idee per affrontare le emergenze, dalle povertà, al lavoro, alle famiglie, e saldamente ancorato a una dimensione europea che va rinnovata e spinta sempre più avanti nella sua dimensione politica e sociale. Per essere utile all’Italia, a partire dalla sua unità, una responsabilità che ci riguarda ma anche un valore per il futuro del Paese.

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