Di Battista, Iago nella tragedia M5s

Focus

Ha servito il Capo e ora, nel momento più difficile, cerca di conquistare la leadership: ma per fare che?

“Non tutti possono essere capi: né tutti i capi possono esser serviti con fedeltà”, dice Iago all’inizio dell’Otello, sciorinando fin dalla prima scena della tragedia shakesperiana, il suo “programma”. E’ una grande tragedia politica del Bardo, l’Otello, racconto di un tentativo – diremmo oggi – di scalata al potere. Farebbe suoi, Alessandro Di Battista, questi pensieri? Ripeterebbe le terribili parole di Iago, “servendo lui (Otello-ndr), non servo che me: il cielo m’è testimone che non lo servo, no, per affetto o rispetto -anche se così pare – ma per un mio particolare scopo preciso”? E pronuncerebbe la frase rivelatrice per eccellenza: “Io non sono quel che sono”?

Già. La politica è (anche) questo. E’ (anche) tradire, se serve allo scopo. Bisognerebbe però indagare su quale sia, lo scopo di Dibba: il “bene” del Movimento? Ambizione personale? Bisogna stare attenti perché da Machiavelli (cogliere l'”occasione” per manifestare la propria “virtù” in vista di un bene superiore come l’indipendenza della propria Patria – su questo, il magnifico saggio di Alberto Asor Rosa Machiavelli e l’Italia, Einaudi) a Iago è un attimo. Per il momento, si può dire che Di Battista si stia muovendo come un felino che annusi la preda, cioè la sgangherata macchina da guerra con Di Maio al volante, ma non sapremmo dire se, fedele al “mito” di eroe descamisado della prima ondata, davvero egli ritenga che quegli altri siano finiti stritolati nella nenniana stanza dei bottoni come Charlot nella catena di montaggio fordista in Tempi moderni e che quindi il Movimento vada liberato sul modello di Simon Bolivar o di quello di Lev Trotzkij, che fondava inutili Quarte Internazionali per sollevare le masse proletarie contro il capitalismo e lo stalinismo – un po’ troppo, e si vide presto.

Ecco dunque il descamisado Alex rifiutare un seggio in Parlamento; andarsene in giro per il mondo non si è mai capito a fare cosa; tornare da Cincinnato (ma a differenza di quello, non reclamato da alcuno) e inerpicarsi a Viterbo per improvvisarsi falegname (If I were a carpenter, cantata a Woodstock dal suo autore Tim Hardin – Se fossi un carpentiere/E tu una signora/Mi sposeresti lo stesso?Avresti un figlio con me? -; e infine uscirsene con un libro urticante (per i suoi amici), Politicamente scorretto, vero manifesto antidimaiano. Non lo abbiamo letto, e non lo leggeremo, ma prendiamo tre frasi espunte da Wired: “Il cambiamento vero si ottiene con il coraggio”; “abbiamo l’obbligo di ricostruire un sogno”, “basta essere complici”.

A cosa pensa Dibba? A un M5s 2-La vendetta? Per dare l’assalto al cielo di una nuova politica fatta di ciò di cui sono fatti i sogni? Detesta Salvini, e ancor di più il Pd. La sua personalissima “vocazione maggioritaria” sembra piuttosto una vocazione al martirio o una presa per i fondelli, a seconda di come si giudichi la lotta politica in Italia. Non c’è linea, non c’è strategia. Non c’è “virtu'”, seppure vi sia l'”occasione” per fare politica, la crisi conclamata dal Movimento.

Di certo non ci sono ostacoli – diciamo così – umani. Come scrisse Max Weber, “ecco qual è la qualità psicologica decisiva del politico, l’occhio, la capacità di lasciar operare su di sé le realtà nella calma del raccoglimento interiore, quindi la distanza verso cose e uomini”: dal che si indovinerebbe che il Nostro si sia “raccolto” in sé mettendo “distanza verso cose e uomini”: dunque anche verso l’amico – l’amico? – Di Maio, prima di muovergli guerra.

Ma il dilemma si pone: chi è il traditore, il vicepremier inzuppato di politica politicante e contaminato dal Potere, o Dibba il peronista, il demagogo che c’è solo quando gli fa comodo e si è rifiutato si trangugiare la pozione del governo, di sporcarsi le mani? Diremmo il secondo, e se non fosse per la mediocrità dell’uomo diremmo viva Di Maio, almeno ci ha provato.

Secondo il filosofo Avishai Margalit con il tradimento la persona tradita deduce di non essere importante agli occhi del traditore, nonostante la certezza di esserlo stata per tanto tempo, nonostante il “senso di appartenenza” che caratterizza, appunto, ogni rapporto forte. Ma per noi il traditore è colui che non esita a rinnegare – ex post – il Capo per un immaginario ritorno alla verginità perduta, ma senza alcun costrutto concreto, politico. L’immagine la fa da padrona, come se fossimo in un grande reality e non in un Paese da governare. L’ideale per un antipolitico come Alex.

Così come può darsi – non è una tesi peregrina – che il buon Dibba semplicemente si muova a tentoni, a casaccio, per fare un po’ di casino e vedere l’effetto che fa, anche qui seguendo l’istinto della faina più che la ragione del politico. Cade bene qui un’altra citazione, tratta come la precedente da un volumetto di Antonio Funiciello di qualche anno fa – Il politico come cinico (Donzelli) -, di cui cito anche la misteriosa frase del filosofo Giorgio Agamben il quale “fa coincidere l’attuale eclissi della politica con l’affermazione di mezzi senza fini”: altro che Machiavelli!

Nessun moralismo, perciò. Non è moralistica la constatazione che anche nel nuovo che avanza(va) saettino i coltelli e si beva il sangue altrui, anche di quello che è stato amico e che hai servito. D’altra parte – lasciamo parlare ancora Iago – “l’onestà è una povera sciocca che perde tutto quello a cui pone mano”.

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