Macron sospeso (e con lui la Francia e l’Europa)

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Dodici mesi fa il presidente francese faceva la sua irruzione sulla scena politica mondiale. Un anno controverso, con tanti nodi ancora da sciogliere

Esattamente un anno fa, il 7 maggio del 2017, l’Europa assisteva con il fiato sospeso al secondo turno delle elezioni francesi. Di fronte, uno contro l’altra, c’erano Emmanuel Macron, giovane promessa della politica transpalpina, e Marine Le Pen, interprete dei rigurgiti populisti più profondi della società. Di fronte c’erano non solo due avversari politici ma due modelli esattamente agli antipodi. Vinse il primo, con ampio margine sulla figlia di Jean-Marie. E tutti tirammo un sospiro di sollievo. Trentanove anni (allora, ora ha scavallato i quaranta), ex banchiere e ministro dell’Economia, prima riluttante e poi dimissionario, negli anni di Hollande, Macron compì una vera e propria impresa: fondò dal nulla il suo partito personale, La République en Marche, una formazione post-ideologica “di centro”che ottenne il 24% dei consensi al primo turno e sventò la presa del potere da parte del Front National al secondo. E così, il 7 maggio di un anno fa, si presentò al mondo, ai piedi della piramide del Louvre, sulle note eurepeiste dell’Inno alla gioia, promettendo di “far entrare la Francia nel XXI secolo”.

Un anno dopo, la Francia, è un Paese in agitazione e il giudizio su Macron è sospeso. Le immagini che hanno contraddistinto gli ultimi mesi sono fotografie di migliaia di persone in rivolta. I McDonald’s bruciati in occasione del corte del Primo maggio, i sindacati in piazza contro la riforma del lavoro, i pensionati preoccupati per i sacrifici per fare ripartire il mercato del lavoro. E ancora, gli studenti in piazza contro una riforma universitaria percepita come classista, gli hippie di Notre-Dame de Landes abbarbicati in un’area che dovrebbe essere dedicata alla costruzione di un potenziale aeroporto, gli impiegati di Carrefour, i ferrovieri, addirittura i piloti di Air France. Tra poco toccherà ai funzionari pubblici. Tutti uniti “per fare la festa a Macron”, come invocato dal ‘tribuno rosso’ Jean-Luc Melenchon.

Macron sta realizzando, punto per punto, decreto dopo decreto, per filo e per segno il suo programma elettorale. Una lunga marcia in solitaria, per rivoltare la Francia come un calzino. Un cammino difficile, soprattutto in un Paese in cui, se qualcosa non è gradita, non usano mezzi termini per farlo capire. Questo percorso scelto dal presidente non può che provocare proteste e divisioni. Anche per il modo in cui ha deciso di procedere, bypassando, di fatto, i corpi intermedi, a cominciare dai sindacati. E provocando una saldatura di “convergenza delle lotte” che va dall’estrema destra all’estrema sinistra.

E così, i sondaggi cominciano a presentare il conto di una situazione interna delicatissima. Secondo l’ultima rilevazione condotta da Odoxa- Dentsu Consulting, il 59% dei francesi non desidera una nuova candidatura di Macron nel 2022. Per 7 intervistati su 10, è un “presidente dei ricchi”, non umile (76%), artefice di riforme “ingiuste” (72%), lontano dalla gente (68%). Al contempo viene percepito maggioritariamente come un presidente rinnovatore (59%), con una chiara visione in testa (66%) e dinamico (78%), pure troppo secondo alcuni del suo entourage. Dalla sua parte, a fare il tifo, l’Eliseo ha oggi il nocciolo duro della Francia produttiva. Secondo i sondaggi, il 53 per cento del Paese: i grandi capitali, gli imprenditori ma anche i liberi professionisti, tanti intellettuali e tutta quella borghesia che ha studiato e non vede l’ora di trasformare le proprie conoscenze in euro sonanti all’interno del nuovo mondo di cui parla Macron.

La grande scommessa del presidente ha ovviamente un orizzonte temporale ben più ampio dei dodici mesi trascorsi. Le riforme che sta mettendo in campo hanno bisogno di tempo per essere assorbite e per avere effetti concreti sulla vita delle persone, in particolare del “Paese perduto”, il cui consenso è sempre più difficile da intercettare. Il giudizio, insomma, è sospeso. Non solo a livello interno ma anche fuori dalla Francia. Anche i suoi critici più intransigenti, infatti, riconoscono a Macron di aver ridato lustro alla République, un’istituzione che aveva bisogno di un uomo forte, dopo gli anni “sciatti” di Hollande. Il giovane capo dell’Eliseo – anche grazie all’interventismo manifestato in Siria – è stato accolto alla Casa Bianca con tutti gli onori, segno che l’influenza francese nel mondo, benché lontana dagli anni d’oro, è ancora intatta.

Ma proprio il controverso unilateralismo, almeno a livello comunitario, mostrato in Siria, mette in luce il vero banco di prova con cui Macron misurerà i propri successi (o i propri insuccessi) negli anni a venire. Il tratto principale della sua elezione, infatti, è stato quello di generare speranze di una svolta europeista, di una rinascita del cammino di integrazione. Le riforme promesse, dalla sicurezza ai diritti, dalla crescita allo sviluppo sostenibile e digitale, finora, sono rimaste tutte ancora sul tavolo. Di certo non lo ha aiutato il disorientamento provocato dal lungo stallo seguito alle elezioni tedesche, né, tanto meno, la situazione di grave crisi politica che c’è in Italia. Ma da questo punto di vista, al termine dei cinque anni di mandato, non avrà alibi. Anche perché, in questo momento, è rimasto forse l’unica vera speranza per chi crede ancora nel sogno europeo.

 

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