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Di Maio prigioniero della sua propaganda, tiene in ostaggio l’Ilva

Luigi Di Maio è vittima della sua stessa propaganda, come tutto il governo giallo-verde del resto. E la vicenda Ilva che sta deflagrando in questi giorni dimostra che il vicepremier è stritolato dalle promesse elettorali fatte ai suoi elettori, i sondaggi che commissiona in maniera ossessiva per sapere cosa pensano i cittadini su ogni singolo argomento e la dura realtà dei fatti. La convocazione di 62 sigle di qualsiasi tipo e dimensione – pesantemente contestata dal sindaco di Taranto, non proprio l’ultimo arrivato – per 120 minuti (la maggior parte dei quali è stata ovviamente occupata da lui e dai rappresentanti di Ancelor Mittal, che hanno illustrato il piano ambientale) è una sceneggiata inutile e incomprensibile. Tanto che viene sin troppo facile che il vero obiettivo del ministro dello Sviluppo economico sia quello di perdere ulteriore tempo, fare melina in attesa che siano le circostanze a decidere al poso suo il futuro della più grande acciaieria d’Europa.

Al centro del dibattito, è cosa nota, c’è il piano del colosso industriale per quanto riguarda la riqualificazione ambientale e i livelli occupazionali, di cui l’azienda parlerà domani con i sindacati. Di Maio, per non saper né leggere né scrivere, butta la palla al di là del suo recinto: “Se ci sono state irregolarità nella gara d’assegnazione, il governo precedente si prende una responsabilità senza precedenti, ci rivolgeremo all’avvocatura dello Stato”. E ancora: “Non ho alcuna intenzione di regalare l’Ilva al primo che passa”. Fuffa, fuffa, e ancora fuffa. Come il suo collega Danilo Toninelli sulla Tav e sulle altri grandi opere, né più né meno.

“Se qualcuno ritiene di poter governare in questo modo, con declamatorie e passerelle, una delle più complesse vertenze degli ultimi anni – afferma Teresa Bellanova, responsabile Pd Mezzogiorno ed ex viceministra dello Sviluppo – si accomodi pure: a pagare il costo salatissimo di questa insipienza e furbizia saranno i cittadini, l’ambiente, le imprese, buona parte del nostro sistema industriale, l’ambientalizzazione a Taranto. Lo stabilimento non ha più risorse e i mancati investimenti influiscono sulla sicurezza degli impianti”. Molto critico anche l’ex titolare del Mise Carlo Calenda: “Mi sembrano miglioramenti importanti, ovviamente nei limiti del fattibile. Luigi Di Maio mentre porti le carte in procura, ti fai dare il 12mo parere, consulti tutte le associazioni dell’orbe terraqueo prendi anche una decisione. Ti paghiamo per questo”. Dure le parole del segretario generale Fim Cisl Marco Bentivogli: “Convocare 62 associazioni senza nessun criterio di rappresentatività non è sinonimo di coinvolgimento e di apertura. Il tutto mentre le opere ambientali rallentano, le aziende dell indotto licenziano e l’impianto è ogni giorno più pericoloso”.

 

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