Tutto fermo. Soprattutto il governo

Focus

La manovra per il 2020 parte da un “buco” di 40 miliardi, fra extra deficit e clausole di salvaguardia da smontare

Nei giorni scorsi ho definito i dati economici del Paese “agghiaccianti” e a qualcuno è sembrato un commento eccessivo. I dati sulla fase attuale e le previsioni per il futuro in Italia del Centro Studi di Confidustria, soprattutto se raffrontati con quelli dell’eurozona, hanno sgombrato anche gli ultimi dubbi. Sono dati impietosi e assolutamente non usuali. L’Italia è ferma e non cresce, ma crescono il debito pubblico e il deficit/Pil  per il  2019 che Confindustria stima ormai attorno al 2.6 %.

Al contempo, la domanda interna cede e anche nel futuro la si prevede stagnante; cala visibilmente la fiducia di famiglie ed imprese e crollano gli investimenti privati. La crisi nella produzione industriale è evidente e la tenuta, seppure in calo, dell’export è l’unica buona notizia.

La manovra per il 2020 parte da un “buco” di 40 miliardi, fra extra deficit e clausole di salvaguardia da smontare, mentre gli effetti della legge di bilancio 2019 con il reddito di cittadinanza e “quota 100” avranno un effetto del tutto marginale. In questo quadro plumbeo l’industria soffre , principalmente nel settore dell’automobile ma anche nei settori dell’arredamento, del tessile abbigliamento, del calzaturiero, del farmaceutico e dei beni strumentali. Tutto ciò si riflette sul lavoro, su una disoccupazione che non scende e sull’abbondante ricorso – ad inizio 2019 -agli ammortizzatori sociali.

Di fronte a questo quadro, anziché cercare scuse inverosimili, occorre reagire. Purtroppo non sarà una risposta adeguata in tal senso nemmeno il prossimo decreto “crescita”’ di questo governo, di cui per altro non si conoscono i contorni, ma di cui si sa che non potrà contare su risorse cospicue. Lo sforzo sulla politica industriale negli anni passati aveva prodotto un insieme di misure coerenti per l’impresa e per il lavoro, che andavano da misure per le nuove aziende ( start-up), ad un fisco più favorevole a sostegno di chi investe, a sgravi per chi assume, ad un una strategia energetica per cogliere meglio la transizione verde sino ad Industria 4.0. Misure in parte abbandonate con Industria 4.0 nei panni del capitolo più dolente.

Perché Industria 4.0 non è solo uno strumento di rinnovamento delle attrezzature aziendali ma un metodo di lavoro su nuovi processi produttivi. Tagliare su questo la formazione, come è stato fatto, significa non aver compreso il senso vero di questo grande investimento per il paese.

Sul tema della politica industriale sarebbe il momento che si aprisse un vero dibattito politico. Ne va del nostro futuro e del nostro benessere. Lo ha capito la Germania, principale potenza economica e manifatturiera del continente, che con il ministro dell’economia e dell’energia Altmaier sta lavorando ad una “Strategia industriale nazionale 2030”. Lo fa in un paese che considera ancora valida la lezione di Ludwig Erhard della “prosperità per tutti” anche attraverso l’impegno nell’industria e nella manifattura.

Un tema però che all’Italia, seconda manifattura d’Europa, non dovrebbe essere indifferente e che ci interroga oggi più di ieri su questa questione centrale:  come si reagisce ai nuovi sviluppi ed ai cambiamenti in atto a livello globale nell’economia, per esserne protagonisti attivi e non soggetti passivi,  e per tutelare il nostro lavoro ed il nostro benessere? Sarebbe molto opportuno anche per l’Italia definire un modello per il 2030 per raggiungere una visione organica e per evitare azioni del tutto scoordinate. Nutrendo il fondato sospetto che l’attuale governo non voglia e comunque non sia interessato a tale esercizio è necessario che una opposizione seria come la nostra se ne faccia carico come pilastro del programma di un nuovo governo.

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