Manovra, crescono i dubbi. Di Maio all’angolo

Focus

Paradossale polemica fra Tria e Salvini sui soldi per la flat tax. Il terrore per la bocciatura da parte delle agenzie di rating

Come nel vecchio film con James Dean Gioventù bruciata il gioco è chi riesce a frenare per primo per non cadere nel burrone. Di Maio e Salvini non staccano il piede dall’acceleratore ma la macchina rischia di sfracellarsi sul muro delle agenzie di rating o su quello delle bocciature multiple di più o meno tutte le istituzioni indipendenti.

Il governo insomma vive ore di terrore: e al di là delle dichiarazioni ufficiali ai Tg pare allargarsi la consapevolezza che la manovra abbozzata con la Nota al Def non va. Peraltro lunedì 15 si deve presentare una legge di bilancio che in questa situazione è persino difficile da scrivere ed è improbabile che l’Europa conceda qualche giorno in più.

Naturale dunque che nella confusione s’avanzi il “partito dei disponibili” a rivedere le cifre e le proporzioni della manovra. Contro la rigidità di Luigi Di Maio (che se non vede chiaro sui soldi per il reddito di cittadinanza rischia di precipitare in un abisso politico), si stagliano Tria, Moavero, a modo suo Savona, Giorgetti, Garavaglia, Buffagni (gli ultimi tre, si badi, leghisti) che hanno da giorni iniziato a porsi seriamente il problema di come divincolare dalle continue bocciature della manovra, mentre è in arrivo quella del Def e, soprattutto, il decisivo giudizio delle agenzie di rating sulla affidabilità del debito italiano. Persino un “falco” come Alberto Bagnai dice che se arrivasse il downgrading “la situazione diventerà più complessa” testimoniando una preoccupazione che è ormai al limite e che non può non investire direttamente Conte, a sua volta oggetto di moniti e osservazioni da parte del Quirinale.

Fosse per i “trattativisti” di cui sopra, la manovra sarebbe già cambiata.

Il macigno però è dato dalla irremovibilità di Di Maio e – forse in maniera minore – di Salvini. A quest’ultimo interessano fondamentalmente due cose: un avvio non pasticciato della revisione della legge Fornero e soprattutto un embrione di flat tax.

Proprio su questo si è registrato l’ennesimo pasticcio fra il capo leghista e Tria, con il ministro  dell’Economia che ha detto che gli interventi previsti per la flat tax dal governo avranno un costo nel primo anno di soli 600 milioni, per poi salire a 1,8 miliardi nel 2020 e a 2,3 miliardi nel 2021: in totale 4,7 miliardi in tre anni. Ma Salvini ha contestato la previsione: “Sono di più, un miliardo e 700 milioni”. Un caos non casuale.

Allora la domanda è: chi pagherà il prezzo di una eventuale riscrittura della manovra? L’impressione è che alla fine il cerino resterà a ardere nelle mani di Di Maio, l’uomo che in questa fase pare politicamente il più debole, lui e tutta la squadra grillina al governo, e che con una buona dose di cinismo Salvini sarebbe pronto a mollarlo in cambio, si capisce, di una forte contropartita appunto su Fornero e flat tax. Il bersaglio polemico, per entrambi, sarebbe comunque l’odiata Bruxelles e il cosiddetto establishment italiano, Bankitalia compresa, antipasto della campagna elettorale per le Europee.

Già si fanno questi ragionamenti nelle segrete stanze dei Palazzi del potere. Un “piano B” in grado di raffreddare lo spread, disinnescare la mina del rating, tranquilizzare il Quirinale e spegnere le voci su una “grande paura” dei risparmiatori italiani che storcono il naso dinanzi allo spauracchio di interventi indiretti sui risparmi. Sono i giorni della paura, mentre il governo cerca una quadratura del cerchio difficilissima.

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