Visto? Hanno fatto una manovra nemica della crescita

Focus

Questa Manovra non produrrà né espansione né crescita. Si regge su nuove tasse e sulla strategia omicida del definanziamento di segmenti strategici per il welfare

Ci sarebbe voluto un grande, grandissimo impulso al sistema produttivo e al Mezzogiorno per rafforzare quanto si stava già raccogliendo e scongiurare le ricadute nefaste di una recessione internazionale che già si stava annunciando.

Ci sarebbe voluto coraggio. Il coraggio di attuare una manovra realmente espansiva che fosse capace di tenere assieme le grandi questioni del Paese, che noi ambivamo a rafforzare sempre più come “sistema” mentre adesso rischia di spacchettarsi nei rivoli pericolosissimi di piccole patrie autarchiche dove i beni pubblici essenziali sono considerati alla stregua di beni pubblici locali. Quasi fossero proprietà esclusiva di alcune regioni a danno di altre, cancellando la solidarietà, il ruolo regolatore e perequativo dello Stato e, insieme, il dettato costituzionale.

Il Paese aveva bisogno di azioni e indicazioni precise: estendere all’intera dorsale delle piccole e medie il sistema 4.0; portarlo, più di quanto noi non avessimo già iniziato a fare, in agricoltura e nei servizi, affermare la necessità di una formazione e di una scuola 4.0, tenere insieme politiche industriali e Mezzogiorno, crescita e inclusione.

Constatiamo esattamente l’opposto: un paese fermo, la fiducia dei consumatori e delle imprese in calo, il nuovo temuto aumento degli inattivi, una manovra per nulla espansiva dove categorie forti e caratterizzanti quali politiche industriali e Mezzogiorno sono del tutto scomparse con quest’ultimo ormai considerato non questione nazionale, come per noi era ed è, ma solo ai fini di calcolo del Reddito di cittadinanza. Una torsione miserabile, che avrà effetti perversi.

E’ forse un caso, d’altra parte, se nessuno fra quanti hanno brindato sul balcone dopo aver abolito per decreto la povertà dimostra di avere alcun interesse né per le une né per l’altro, mentre chi governa derubrica e svillaneggia quotidianamente questioni serie e strategiche, una per tutte le infrastrutture, al rango di bagattelle ad esclusivo uso e consumo della polemica politica e di una permanente campagna elettorale? Ci rendiamo conto che temi dirimenti come il futuro dei porti nel nostro Paese sono di fatto relegati alle pagine regionali dei quotidiani e per nulla affrontati come priorità mentre il Mediterraneo è ormai equamente diviso tra potenze cinesi e potenze arabe e nessuno che parli nel Governo del futuro del Porto di Taranto?

Tutto questo mentre intorno a noi segnali evidenti di recessione (quelli che vengono dalla Germania costituiscono una minaccia serissima per la nostra dorsale manifatturiera) imporrebbero ben altra qualità e competenze non solo alla discussione politica e parlamentare ma anche ai quotidiani contrasti interni alla maggioranza, ormai ostaggio di due comprimari che a seconda del vento dettano l’agenda del giorno con le loro, sempre più inguardabili, dirette facebook.

Questa Manovra, secretata fino all’ultimo e non adeguatamente discussa come ha riconosciuto e stigmatizzato perfino la Corte costituzionale, non è come viene raccontata. Non produrrà né espansione né crescita. Si regge su nuove tasse e sulla strategia omicida del definanziamento di segmenti strategici per il welfare, la qualità produttiva, la qualità territoriale e infrastrutturale, la formazione, l’innovazione, i servizi.

Per il Mezzogiorno è una vera e propria minaccia e si tradurrà in una catastrofe. Ieri, su queste stesse pagine, ho affermato che questo Governo, coniugando questo Reddito di cittadinanza e questa autonomia rafforzata, perseguita anche con una certa dose di violenta arroganza da alcuni governatori settentrionali blanditi da Di Maio e compagni, sta decretando per norma il massacro del Mezzogiorno, sta creando le condizioni per ridurlo ad una colonia interna. L’ho definito il peggior rigurgito degli anni ’50, quando si creò quel cosiddetto “esercito industriale di riserva” meridionale che veniva sospinto verso il Centro-Nord sulla base delle necessità produttive. Quando lo stanziamento di risorse (all’epoca verso l’agricoltura) subiva espansioni e contrazioni in base alle minori o maggiori necessità di mano d’opera dell’industria del Nord.

Una condizione semicoloniale che ha fatto la fortuna delle regioni industriali e ampliato a dismisura il gap nord-sud, una pagina nerissima della storia del Mezzogiorno i cui guasti permangono tutt’oggi.  La deriva evidente del reddito di cittadinanza è esattamente qui, in un meccanismo perverso teso a creare una sorta di “riserva di lavoratori poveri” costretti a spostarsi anche oltre 250km da casa pur di non perdere il sussidio. Sottratto, come è stato, alla logica dell’inclusione sociale a tutto tondo.

Per questo è necessario che domani nelle manifestazioni promosse e organizzate dal Pd e nelle parole d’ordine che le animano il rischio che corrono, insieme, il Paese e il Mezzogiorno sia ben presente, così l’urgenza di politiche che rimettano al centro quanto oggi è stato colpevolmente esiliato: sistema-paese, mezzogiorno, politiche industriali, lavoro, nuove generazioni.

La risposta migliore anche agli infamanti titoli sulle popolazioni meridionali che alcuni giornali ancora oggi si sono permessi e che nessuno tra quanti sono al Governo ha avvertito la responsabilità e il dovere, morale e politico, di stigmatizzare.

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