La scommessa con la Ue la pagheremo a caro prezzo

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Il 21 novembre molto probabilmente sarà confermata l’opinione negativa  sulla legge di bilancio, ma bisognerà attendere il 22 gennaio per l’inevitabile epilogo

Il governo ha scelto. Ha preso una posizione. E alla fine ha deciso di sfidare l’Ue sulla Legge di bilancio. La limatura che il ministro dell’Economia e delle finanze,voleva imporre sui conti (che avrebbe reso più digeribile la manovra) non c’è stata. Anzi lo stesso Tria ha fatto retromarcia: “il tasso di crescita non si negozia”. Contemporaneamente il duo Di Maio Salvini ha assicurato che il debito scenderà con le privatizzazioni.

Insomma l’esecutivo tira dritto senza ascoltare i vari grilli parlanti che lo hanno avvisato. Dal Fmi a Confindustria, dal Cnel ai vescovi della Cei e poi la Corte dei Conti e l’Ufficio parlamentare di Bilancio, solo per citarne alcuni. Le critiche però sono state derubricate come spicciola tifoseria, come se tali organismi e istituzioni guadagnassero qualcosa nell’assistere alla crisi causata dai conti pubblici italiani.

Tant’è che la procedura d’infrazione per l’Italia è dietro l’angolo. E qualcuno la considera scontata, anche se il Documento programmatico di bilancio trasmesso nella notte dal governo italiano “verrà valutato nel quadro del semestre europeo” ha detto un portavoce della Commissione Europea. Il prossimo passo sarà quindi mercoledì 21 novembre, quando la Commissione darà le proprie opinioni sui documenti programmatici di bilancio ricevuti il 15 ottobre, ivi incluso quello che l’Italia ha rimandato stanotte.

La Commissione aveva chiesto modifiche “sostanziali” per rivedere la propria opinione negativa sul Documento programmatico di bilancio. L’alleanza gialloverde ripete come in un mantra di essere “fiduciosa sulla possibilità di raggiunger i target di crescita confermati all’1,5% nel 2019, 1,6% nel 2020 e 1,4% nel 20121. La versione rivista del Documento programmatico di bilancio (Dpb) 2019, inviata nella notte all’esecutivo di Bruxelles, lascia invariate le stime di crescita sul Pil all’1,5% e sul deficit/Pil al 2,4% che resta un “limite invalicabile”, dichiara il ministro dell’Economia e delle finanze, Giovanni Tria, nella lettera all’Ue che accompagna il testo.

“Abbiamo preso atto che le manovre economiche degli ultimi 5 anni applaudite da Bruxelles non hanno fatto bene all’Italia e abbiamo deciso di fare il contrario” ha detto di prima mattina il vicepremier Matteo Salvini, intervenuto a Radio Anch’io. “Noi andiamo avanti. A Bruxelles continuano a mandare le letterine. Se proveranno a mettere sanzioni contro il popolo italiano, hanno capito male. Noi vogliamo difendere il diritto a sicurezza, lavoro e salute degli italiani e non usciamo da nulla”.

“Per accelerare la riduzione del rapporto debito/Pil e preservarlo dal rischio di eventuali shock macroeconomici, il governo ha deciso di innalzare all’1% del Pil per il 2019 l’obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico”, spiega Tria.

A questo punto il dado è tratto. Il 21 novembre molto probabilmente sarà confermata l’opinione negativa  sulla legge di bilancio, ma bisognerà attendere il 22 gennaio per l’inevitabile epilogo. Da quel giorno l’Italia entrerà ufficialmente in una procedura d’infrazione e a quel punto dovrà sottostare ad un percorso di correttivi che i ministri Ecofin dovranno approvare. E sarà l’Italia che ne pagherà le conseguenze: dal deposito dello 0,2% del Pil fino ad una multa che arriva allo 0,5% del Pil. 

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