In libreria il “Manuale di autodifesa europeista”

Focus

Sulla copertina del libro di Sergio Fabbrini un guantone blu perché, spiega l’autore, “la battaglia per affermare i valori europeisti richiederà impegno”

Un guantone da pugile blu con dodici stelle gialle sulla copertina del nuovo libro di Sergio Fabbrini, intitolato Manuale di autodifesa europeista – Come rispondere alla sfida del sovranismo, pubblicato di recente da Luiss University Press, con la premessa di Fabio Tamburini (Direttore del Sole 24 ore) e la prefazione di Sabino Cassese (Giudice emerito della Corte Costituzionale). Segno che il gioco per le elezioni europee, previste per il 23 e 26 maggio prossimi, a cui parteciperanno 400 milioni di persone di 27 Paesi, si è fatto duro.

“Abbiamo scelto il guantone – spiega l’autore, professore di Scienza politica e Relazioni internazionali alla Luiss, dove guida il Dipartimento di Scienze politiche – perché questa volta la battaglia per affermare i valori europeisti richiederà maggiore impegno. Il pugno va sferrato sia contro i sovranisti, oggi particolarmente pericolosi, sia contro chi si limita a difendere l’Europa attuale, perché, così com’è, non va”.

E le ragioni le troviamo nel libro che raccoglie gli scritti pensati in presa diretta (dal 10 luglio del 2016 al 27 gennaio 2019) da Fabbrini, il primo a comprendere che, dopo il referendum sulla Brexit di tre anni fa, stava nascendo un nuovo tipo di sovranismo: la somma di nazionalismo e populismo. Più devastante. Perché? I nemici dell’Unione europea, dopo quel referendum, non progettano solo di uscire dall’Unione europea, ma si stanno preparando ad un attacco interno. Per la prima volta negli ultimi quaranta anni, cioè, da quando i membri del Parlamento europeo vengono eletti direttamente dagli elettori (poiché prima erano nominati dai rispettivi organi legislativi statali), siamo davvero ad una svolta storica.

“Come scrivevo a luglio scorso – afferma Fabbrini – la destra radicale europea è già mobilitata, grazie all’istituzione di una Fondazione a Bruxelles chiamata Il Movimento, finanziata e diretta da Steve Bannon, il manager politico che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca, poi defenestrato. Non solo. Annotavo che le posizioni sovraniste erano diventate influenti all’interno del maggior partito europeo: il Partito polare europeo. Dunque, non si è più di fronte a chi minaccia di lasciare l’Unione, cioè, a personaggi come Nigel Farage o al primo Alexis Tsipras. Siamo in balia di persone che stanno lavorando da quasi tre anni per sconquassare tutto dentro. Di qui l’invito ad una sfida dei liberali e progressisti ad essere in questa fase più creativi.

Non ci si può limitare a dire: Vogliamo più Europa o L’Europa ci ha regalato sessanta anni di pace. Si deve dire che tipo di Europa si vuole. E, se da un lato, Di Maio e Salvini annunciano che saranno spazzati via i poteri forti della vecchia Europa – che poi sono solo slogan – dall’altro, non vedo messaggi forti, efficaci e alternative convincenti sulla forma, le funzioni e il destino della nuova Europa. L’Europa deve cambiare. Occorrono subito passi indietro nella regolamentazione delle economie dei singoli Stati, meno discussioni su fusi orari e orari legali e subito una politica comune fiscale, bancaria e di sicurezza, sia interna che esterna, da attacchi terroristici.

Vorrei che i difensori dell’UE si battessero per una Lampedusa europea, perché l’Italia non venga più lasciata solo nell’affrontare l’emergenza immigrazione – perché superare il trattato di Dublino non basta- Servono misure comuni contro la povertà e la disoccupazione giovanile, oltreché politiche di protezione di chi va a combattere contro l’Isis. Finora non ho ascoltato niente di costruttivo. Neanche da parte del Pd di Zingaretti (ieri ha presentato le liste) e di Calenda, che continuano a dire di volere più Europa senza poi precisare di quale tipo. Mi dispiace che non si sia fatto un fronte liberale repubblicano allargato – nonostante la legge proporzionale – e mi dispiace soprattutto per +Europa, con la spada di Damocle dello sbarramento al 4%. Fino ad ora, ripeto, si balbetta. L’unico in cui ripongo fiducia è Macron, il quale ha capito che solo su un perno comune, l’Eurozona, si può e si deve creare una politica fiscale e di difesa per tutti i gli Stati membri. Vedo la Germania dell’Akk sempre più attenta solo ai propri interessi, sempre meno lungimirante”.

Proviamo a fare una previsione? “Non credo – replica il docente – che i sovranisti, nonostante gli slogan nostri due vicepremier riusciranno ad avere la meglio. Troppo diversi tra di loro per fare massa critica e poi lo si è visto da quando, almeno i nostri, sono al Governo. E’ più facile stare all’opposizione. Che futuro può avere l’Unione se ciascun Paese dice Polonia, Austria, Ungheria First? Ho visto Salvini in difficoltà nel mettere insieme i sovranisti a Milano. Mancava la Le Pen, anche se si dice della partita. E questo perché la Francia ha interessi ad est, la Polonia e l’Ungheria non vogliono aiutare l’Italia per i problemi della immigrazione e l’Afd in Germania non accetterebbe mai lo sforamento continuo dei conti da parte dell’Italia. Di Maio e Salvini sono ottimisti? La nuova Europa sarà più articolata di quanto immaginino. Confido nel gruppo di Macron, associato all’Alde, a cui si aggiungeranno i Verdi. La situazione è fluida”.

Professore è stato un errore aprire ai Paesi dell’Est? “Penso – risponde Fabbrini – sia stato sbagliato pensare che quei Paesi avessero elaborato 40 anni di comunismo e desiderassero appartenere ad un organismo sovranazionale. Si è sbagliato il metodo. Si sarebbe dovuto permettere loro di stare nel mercato unico, senza farli aderire alle istituzioni. Separare Politica ed Economia resta uno dei temi fondamentali per rinnovare l’Unione europea anche per quegli europeisti più convinti che si limitano a difendere l’Europa dagli attacchi di chi la vuole unica responsabile della crisi economica degli ultimi dieci anni. Si sa, la strada è lunga, perché, nonostante i poteri regolativi del Parlamento europeo siano cresciuti in modo sistematico negli anni (al punto da acquisire con il trattato di Lisbona del 2009 un ruolo codecisionale con il Consiglio dei Ministri su quasi tutte le materie relative al funzionamento del mercato diventato unico), la sua capacità istituzionale è stata contenuta dai vari Trattati che si sono susseguiti. Pur con i suoi limiti istituzionali, il Parlamento europeo ha, però, rappresentato la visione sovranazionale dell’Europa. Non sempre ha potuto spingere in avanti il processo di integrazione. Speriamo in quello che verrà. Intanto restiamo combattivi sul ring”.

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