Marc Augé, bellezza e relazione antidoti all’impero degli schermi

Focus

Parole e tesi dell’antropologo, etnologo, scrittore e filosofo francese Marc Augé nel suo nuovo saggio “Cuori allo schermo” (Piemme)

Se è vero, come già aveva detto in altre opere, che l’antropologia si occupa sostanzialmente della questione dell’”altro”, e quindi dell’elaborazione del senso in una società dove sono le relazioni interumane a dover essere strutturate e difese, il grande etnologo francese Marc Augé non poteva che tornare su queste urgenze – aggiornate sulla sbornia informativa e spettacolare della nostra contemporaneità – in questo serrato dialogo filosofico con Raphael Bessis dal titolo Cuori allo schermo (Piemme, pagg. 162, euro 16,50). Libro intenso e pieno, se così possiamo dire, di ciottoli mentali che ci fanno inciampare sulle nostre sclerotiche divertite certezze, spingendoci a radicalizzare le riflessioni su quella che viene legittimamente definita “era dell’ambiguità”, uno stadio successivo a quello dello specchio, dove l’io scopre l’al di là formattante e piallante dell’immagine, onnipresente, fatale, alluvionale, imperiosa e perciò tale da esercitare sulle nostre coscienze una vera e propria forza magica, di “possessione”, di “circonvenzione” e di estorsione della nostra libera autenticità.

Le pagine più belle del testo sono proprio quelle dove Augé si sofferma su quella gigantesca opera di desimbolizzazione, depoliticizzazione che le tentacolari tecnologie della comunicazione e dell’intrattenimento hanno cementato in noi, abituandoci all’artificiosità di modelli cui ci sottomettiamo docilmente, a un “tutto-fittizio” che satura i nostri sguardi, le nostre veggenze, le nostre possibilità emancipative. Sormontati da una “sovrabbondanza di avvenimenti”, più legati ad una pratica di oblio e di accelerazione che a una razionale analisi delle loro derive, viviamo sempre più una strana forma di disperazione, desolazione, impoverimento e rattrappimento dei rapporti e degli ideali. Come già aveva sottolineato in Le nuove paure (Bollati Boringhieri), a differenza dei sistemi basati sulla fede o sulla razionalità critica, viviamo in quello che il filosofo francese definiva a più riprese “paesaggio irreale”, “paesaggio mediatico”, “universo di fiction di cui l’immaginazione può impadronirsi per abbandonarsi alle delizie ambivalenti e ambigue dell’attesa, del timore o della speculazione intellettuale. Questa fiction globale costituisce un avvenimento in sé. E’ suscettibile di generare da sola un fenomeno di stordimento e paura”.

Dunque, siamo del tutto fuori dal sacro e dal celebrativo, dal cerimoniale e dal persuasivo, abbiamo abiurato le simbologie dell’altare e del trono, del podio e della cattedra, della vita ultraterrena e della nazione, del prestigio artistico e del codice etico, dell’Illuminazione e della Elezione, per ritrovarci in una mobilitazione incessante e compressiva, oracolistica e miracolistica, inverificabile e omogeneizzante che è di tipo meramente tecnologico, rotazionale, priva quasi di terrestrità. Come gli ricorda lo stesso Bessis di aver detto in passato, secondo Augé “le finzioni non sono menzogne né creazioni, e proprio per questo temibili. Esse non si distinguono radicalmente né dalla verità né dalla realtà, ma intendono sostituirsi ad esse”.

Un naufragio linguistico, dunque, ed emozionale, che avviene, giornalmente, nell’informazione di massa: si azzera la storia, si resettano le responsabilità, non si va alla ricerca più di nulla, grappoli di “news” che al massimo creano grappoli di “nuovi inizi” che sono, a loro volta, emissari inquinati del grande Lago Comunicazionale, perché fanno volteggiare solo chiacchiere e considerazioni di poco conto, in una piena di parole senza sapore e senza bersaglio che scivola a mare, mentre la scogliera dei perché, e delle valutazioni più serie e pregne, resta perennemente imbiancata di nuvole, troppo alta da scalare, troppo poco popolare la sua asprezza per farcene davvero carico.

E così sperimentiamo vuoto e infinito, chance e sconforto, ansia e una presunta onniscienza, ma dentro griglie concettuali che rimangono sempre le stesse, e dove gli intrighi prevalgono in numero e qualità sui momenti inaugurali di nuovi eventi e di nuovi parametri di interpretazione della realtà. Siamo “iconofagi”, dice Augé, immersi e sommersi da “iconocosmi”, mondi-trans dove vige solo l’elemento quantitativo e decostruito di icone, visioni, rappresentazioni, farneticazioni istantanee e senza domani che fanno della vita pubblica una preda da spolpare, un pasto da consumare avidamente, lasciando sempre a noi stessi l’incombenza di disfarci dei miseri resti, in un regime di “surmodernità” dove la legge è che “prima dell’immaginazione c’è l’immagine con la sua insistenza”.

Sbriciolandosi le cosmologie collettive, gli abbracci di senso, le “retoriche intermedie”, quelle di partiti, agenzie sociali, leadership, ci ritroviamo in un deserto vertiginoso di atomi che si incrociano e si scontrano quasi sempre senza un perché, anzi con la possibilità che le loro violente frizioni creino solo materiale interessante per gli sciacalli degli apparati mediatici. Ma forse è qui che può rinascere un pensiero meditato e mediato della reliance, abdicando davvero, ma tutti, a padronati, divinità, epifanie, terrorismi di Stato, cercando di cucire quella che Claude Corman splendidamente ha definito “la comunità degli uomini senza comunità”. Solo così, quello che Augé ci insegna a guardare come un nemico enorme e invisibile, “il cogito del Sistema”, livido e distruttivo nella sua ripetitiva e violenta imperturbabilità, potrà perire dando spazio a una nuova fioritura dell’intelletto e delle volontà. Cioè, finalmente, a espressioni di bellezza condivisa.

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