Marche, il 2020 è vicino e vincere non sarà semplicissimo

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Di proposte siamo pieni. Poi occorrono gambe su cui farle viaggiare, spesso inimicandosi qualcuno ma dando un servizio alla nostra regione

Ho rispettosamente provato a cogliere il senso delle valutazioni di Giovanni Gostoli, approdando ad un sostegno alle sue parole almeno sul piano formale. Ma con qualche distinguo magari utile ad un confronto che nella nostra regione (siamo entrambi marchigiani) spesso è mancato.

Bene le considerazioni sulla crisi della politica e delle istituzioni regionali. In preda ad un sussulto isolazionista ed autoreferenziale partorito dagli eterni conflitti che hanno al centro la debolezza conservativa del Pd delle Marche.

Bene la riflessione sui cambiamenti del modello sociale ed imprenditoriale marchigiano, oltre che su un’emergenza terremoto che nonostante gli interventi e l’attivismo reale del governo e di qualche amministratore regionale, si risolve in un quasi “non pervenuto” agli occhi dei cittadini ammantati di percezione (e forse sarebbero servite qualche snobbatissima “maglietta gialla” in più e qualche passerella in meno).

Nella sostanza, però, l’appello che Gostoli rivolge alla politica marchigiana e a quel che c’è del Partito democratico, è tornare ad essere una comunità nelle sue differenze. In qualche modo l’esaltazione del profilo Dem che avremmo dovuto assimilare dalla sua nascita. E che viceversa, anche nelle Marche con le sue federazioni e con i suoi circoli, s’è rivelato come il prosieguo della
situazione precedente alla sua fondazione.

Il tratto che poi fa riferimento al protagonismo dei territori, assomiglia all’orgoglio istintivo e transitorio tipico delle assemblee post – sconfitta. Piene di alibi e di “bisognerebbe fare” senza rammentare che avremmo potuto già farlo come più volte incoraggiato dalla segreteria nazionale (e nei territori siamo noi a starci). Immaginando che non tutte le federazioni sono come la sua di cui è segretario (Pesaro – Urbino), ma che ve ne sono altre (cito la mia, Macerata) che insistono sulla solita impalpabilità.

Per l’immobilismo, i tatticismi e le esasperazioni che hanno tenuto in ostaggio il partito ed i suoi simpatizzanti, ingigantendo una classe dirigente in realtà ferma rispetto al riformismo avviato e alle due scadenze principali che ci hanno visti, purtroppo, sconfitti (Referendum 2016, Politiche 2018). Una classe dirigente tuttavia pronta ad accodarsi ai nuovi maggiorenti del dopo – voto, verso il consueto mantenimento di se stessi.

Forse, per il compito che alcuni hanno, sarebbe stato importante anticipare determinate analisi piuttosto prevedibili. Perché farlo ora diventa persino imbarazzante, anche nella ricerca di controtendenze che ignorano il patrimonio che abbiamo avuto a disposizione sciupandolo.

Di proposte, del resto, siamo pieni. Poi occorrono gambe su cui farle viaggiare, spesso inimicandosi qualcuno ma dando un servizio alla nostra regione. Pure alla luce del sostegno di cui necessita il governo regionale, sapendo che il 2020 è vicino e che non sarà proprio una passeggiata di salute.

Dunque, un dibattito che non resti tale sia nei circoli che soprattutto fuori. Perché noi siamo il Pd, il luogo dove le sezioni dovevano rappresentare un ricordo per quanto importante e non la cifra della politica attuale al netto dei propositi che si possono avere. Dove sarà fondamentale cambiare mentalità ma sul serio, una roba per cui le parole non bastano, a partire da chi gestisce la politica proprio in quei territori fatti di persone pensanti prima ancora che di militanze da resuscitare. Nel Pd ed oltre il Pd, sempre con rispetto.

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