Marchionne, una storia riformista

Focus

Se ci sono ancora Pomigliano e Melfi è grazie a lui. Senza di lui si vedono già nuvole all’orizzonte

Molto prima della sinistra, Sergio Marchionne aveva capito che la sfida dei riformisti è accettare la globalizzazione e in un certo senso “sfruttarla” per costruire qualcosa di avanzato.

La socialdemocrazia europea e mondiale invece in questi anni si è baloccata nella coltivazione dell’orticello nazionale, difendendo “il welfare in un solo paese” (il proprio) e le bellissime conquiste degli anni Sessanta e Settanta. Intanto il mondo andava avanti, seppellendo le vecchie certezze e ponendo i riformisti dinanzi a domande nuove: come reggere le sfide della mondializzazione, dell’automazione, della conoscenza, dell’impoverimento crescente di tanta parte del pianeta?

Ecco, mentre la socialdemocrazia si rinchiudeva, l’avversario impazzava, con tutti i mezzi, fino al big crash del 2008. E fu in quel torno di tempo che un uomo venuto dal nulla chiamato Sergio Marchionne si trovò lì, all’appuntamento con una storia nuova: prendere la globalizzazione per le corna, se si può dir così.

E vinse la sfida. “Senza di lui non sarebbe stata possibile l’operazione con Chrysler che ha salvato la Fiat”: in 16 parole Piero Fassino, uno che la Fiat l’ha conosciuta bene, sintetizzò tempo fa quell’impresa. E invece Marchionne salvò la Fiat, una volta compreso, come disse a Gabetti davanti a due uova strapazzate, che “la Fiat è tecnicamente fallita”. Andando negli USA per la gigantesca operazione Chrysler, salvò gli stabilimenti. I posti di lavoro. Se esiste ancora Mirafiori, pur irriconoscibile dagli anni della “Torino operaia e socialista” raccontata da tanti sindacalisti nel Novecento, lo si deve a lui. Se ci sono ancora Pomigliano e Melfi è grazie a lui.

Ricordate il drammatico referendum? “Lo stabilimento di Pomigliano era sostanzialmente chiuso – ha ben rievocato il capo della Fim Marco Bentivogli – quasi tutti i lavoratori erano a casa, inizialmente la Fiat pensava, dopo il no della Fiom, che noi ci saremmo accodati ma Fim, Uilm, Ugl e Fismic furono intransigenti nel proseguire il negoziato e arrivammo all’accordo. Pomigliano doveva avere un futuro, e così fu nonostante dentro Fiat, e non solo, una parte del vertice puntava sul ‘no corale’ di tutto il sindacato, per poter andar via veramente dall’Italia, perché dopo Pomigliano, ci sarebbero state Melfi, Cassino e Mirafiori. Quel ‘sì’ invece, riaprì la partita. E Marchionne mantenne il patto con noi”.

Senza di lui – un crudele destino che molto evoca della singolarità della anomala sua biografia, una morte repentina e inattesa cone i passaggi crucuali della sua esistenza-  si vedono già nuvole all’orizzonte. In tempi di sovranismi e nazionalismi, la lezione di Sergio Marchionne è una bussola per quei riformisti che hanno il compito di vincere su un destino che pare segnato.

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