Perchè il Pd ha perso? Il libro di un testimone

Focus

Il Pd sconfitto perché erano “sbagliate le priorità della campagna elettorale”. Nel libro di Marco Leonardi una lettura della debacle del 4 marzo

Perché il Pd ha perso? E’ stata la domanda clou della presentazione, martedì scorso alla Camera, del libro di Marco Leonardi Le riforme dimezzate (Edizioni Egea, prefazione di Maurizio Ferrera), che è un’analisi dei principali provvedimenti sull’economia messi in campo dai governi Renzi e Gentiloni nella scorsa legislatura, di cui Leonardi è stato consigliere economico.
Moderati dalla giornalista del Corriere della Sera Maria Teresa Meli, a confrontarsi sulle politiche di ieri («dimezzate», secondo Leonardi, dai provvedimenti presi dal governo gialloverde da giugno a ora) sono stati il senatore del Pd Tommaso Nannicini (anche lui nella cabina di regia economica dei governi PD) , Ileana Piazzoni, esperta di politiche sociale e deputata prima di Sel e poi del Pd nella scorsa legislatura, Roberto Rossini, presidente delle Acli e portavoce di Alleanza contro la povertà, e Pasquale Tridico, ideatore per conto dei Cinquestelle del Reddito di cittadinanza. A introdurre i lavori è stato Stefano Ceccanti, deputato Pd ed esponente di Libertà Uguale, il think tank dei dem di ispirazione liberal che ha organizzato l’incontro.

Leonardi ha ripetuto nel convegno ciò che è scritto nel suo libro, uscito negli ultimi mesi dell’anno scorso: il Pd ha perso perché erano «sbagliate le priorità della campagna elettorale». Per una volta vengono non trascurate ma messe in secondo piano le difficoltà di comunicazione che avrebbero impedito agli elettori di apprezzare il lavoro fatto dal Pd negli anni in cui ha governato, e l’accento si sposta sui contenuti. Leggiamo: «La scelta delle priorità non sempre è stata felice. Sono state fatte molte riforme, alcune delle quali attese da anni, ma i tempi di attuazione in diversi casi si sono rivelati troppo lunghi e l’ordine cronologico degli interventi si è rivelato spesso sbagliato. E tutto ciò è emerso con evidenza nella campagna elettorale, alla quale siamo arrivati con provvedimenti approvati ma la cui applicazione non aveva ancora prodotto risultati. Non abbiamo inoltre previsto che il confronto in vista del voto si sarebbe combattuto su tre temi dominanti: povertà, immigrazione e Sud, sui quali abbiamo preso decisioni tropo tardi».

Secondo Leonardi, «se il Reddito d’inclusione avesse assunto priorità maggiore nei tre governi precedenti, avrebbe offerto risultati di cui parlare in campagna elettorale e non solo dopo». Sulle politiche migratorie, «nei tre anni di azione dei governi Renzi-Gentiloni non è stata seguita – sostiene Leonardi – una linea chiara, forse perché non si era previsto che sarebbe stato un tema centrale della campagna elettorale. Solo nell’ultimo anno, con l’arrivo di Marco Minniti, si è capito che l’unica strada percorribile per tenere insieme solidarietà e sicurezza era quella espressa dal nuovo ministro. Ma l’aver affrontato questo tema in ritardo ha impedito di rivendicare gli importanti risultati ottenuti nella riduzione degli sbarchi».

Discorso analogo sul Mezzogiorno: «La politica per il Sud Italia è diventata un insieme coerente di azioni solo nell’ultimo anno del governo Gentiloni, con la nomina di un ministro specifico per il Sud, nella persona di Claudio De Vincenti». Anche nelle politiche per il lavoro «non tutto è stato affrontato con le giuste priorità. Le politiche attive per il lavoro avrebbero dovuto arrivare prima, per dare l’idea (corroborata dai fatti) che il vero obiettivo del governo non era tanto quello di abolire l’articolo 18 o ridurre la cassa integrazione in deroga, quanto piuttosto quello di introdurre politiche di riqualificazione e di ricollocazione dei lavoratori espulsi, colmando il gap tra l’Italia e l’Europa. Invece l’assegno di ricollocazione è entrato a regime solo dopo che la maggioranza che ne era stata promotrice aveva già perso le elezioni».

Ce n’è già abbastanza ma Nannicini offre altri spunti di riflessione: «Sono orgoglioso delle cose fatte – premette – ma il motivo per cui non sono state capite è che non c’era una visione politica che le giustificasse. Ad esempio sul Rei il gradualismo era di necessità e non di visione perché non era una priorità politica». Insomma si è sbagliato a non far capire alle persone per cosa ti batti». Poi «abbiamo fatto grandi cose contro l’evasione fiscale, ma a un certo punto l’aumento del contante strideva». Inoltre, «con gli 80 euro e il Rei abbiamo fatto la nostra opera di redistribuzione, ma mentre la facevamo abbiamo tolto la tassa sulla casa a tutti senza alcun elemento reddituale o patrimoniale, e anche questo strideva». Sull’immigrazione, per Nannicini il problema non è stato non aver sbandierato i risultati di Minniti, quanto piuttosto il «non aver fatto politiche di integrazione nei tre anni precedenti, anche superando la Bossi-Fini».

C’è di che essere rammaricati, perché scorrendo le pagine del libro di Leonardi, che ha seguito in prima persona molti dossier per aver fatto parte della cabina di regia sui temi economici messa su da Renzi e confermata da Gentiloni, si vede tutta la portata riformista dei governi a guida Pd. «I governi Renzi e Gentiloni hanno lavorato come nessuno prima – annota Leonardi – portando avanti politiche molto più coerenti nel disegno di fondo di quanto non avessero fatto i governi precedenti». Un disegno riformatore la cui cancellazione – o dimezzamento, per stare al titolo – «sarebbe un ritorno al passato che non possiamo permetterci».

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