Martin Luther King, assassinato 50 anni fa. Un profilo

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Il sogno del pastore afroamericano spezzato il 4 aprile 1968

Il pastore battista afroamericano Martin Luther King negli ultimi anni si era persuaso dell’esigenza di lavorare su “due livelli”: quello del completo superamento della segregazione etnica, per una piena e autentica integrazione, e quello della giustizia sociale ed economica, contro la povertà.

Nel 1965, scosso da una sanguinosa sommossa razziale nel ghetto di Watts di Los Angeles, ebbe a dire: “Ho lavorato per guadagnare a questa gente il diritto di mangiare hamburger e ora devo fare qualcosa […] per aiutarli ad avere i soldi per comperarli”.

Non a caso prima dell’assassinio, avvenuto il 4 aprile del 1968 a Memphis, in Tennessee, dove partecipava allo sciopero degli spazzini, stava provando a organizzare una grande marcia dei poveri a Washington. E sul suo ultimo articolo, pubblicato postumo, si legge fra l’altro: “Milioni di americani si stanno accorgendo che stiamo combattendo una guerra immorale [quella del Vietnam] che costa quasi 30 miliardi di dollari l’anno, che perpetuiamo il razzismo, che accettiamo di avere in casa 40 milioni di poveri in un periodo di sovrabbondante ricchezza materiale”.

Da qui la constatazione che “la rivoluzione nera è molto più di una lotta per i diritti dei neri: essa costringe l’America a guardare in faccia le sue macchie collegate tra loro: razzismo, povertà, militarismo e materialismo”. Essa “denuncia i mali profondamente radicati nell’organizzazione della nostra società; rivela le crepe sistematiche e non superficiali nella struttura del nostro sistema e conferma che il vero problema da affrontare è la ricostruzione radicale della società stessa”. Seguendo sempre la lotta nonviolenta.

Non credo che vi sia stato un “secondo” King deluso e contrapposto al “primo”. Di certo, però, il tentativo di ridurre il suo “sogno” a un aspetto o a una variante del “sogno americano” è sbagliato.

In un altro articolo pubblicato postumo egli sostiene: “Ѐ giunto il momento di smetterla di chiacchierare sulle garanzie della vita, della libertà e del perseguimento della felicità. Questi bei sentimenti sono racchiusi nella Dichiarazione d’Indipendenza, ma quel documento è sempre stato una dichiarazione d’intenti piuttosto che una realtà. Vi erano degli schiavi, quando fu scritto; vi erano ancora degli schiavi quando fu approvato ed entrò in vigore; e ancora oggi i neri americani non hanno possibilità di vivere, non sono liberi, non godono del privilegio di perseguire la felicità e milioni di bianchi americani poveri vivono una schiavitù economica che è solo un poco meno oppressiva”.

Insomma: il pastore King provava a cogliere le tensioni e le contraddizioni degli States e a trarne motivo per ridefinire gli obiettivi del movimento che a lui si richiamava. Altri soggetti avevano fatto irruzione sulla scena sociale e politica, è vero, ma il loro contributo fu a volte effimero o magari tale da segnalare i nodi irrisolti, ma incapace di scioglierli. King, dal canto suo, nutrito dall’ispirazione biblica e animato da grandi principi, continuò fino alla morte a cercare di ricostruire e di orientare in maniera feconda la sofferenza e la protesta.

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