Quella tragedia che cambiò la nostra vita

Focus

Oggi torno in via D’Amelio da segretario del Partito Democratico e non nascondo l’emozione. Per me è quasi un cerchio che si chiude. O forse che si riapre, ancora.

Avevo 14 anni, ricordo bene quella domenica. Faceva molto caldo, ero all’oratorio del paese in cui sono cresciuto per le prove di uno spettacolo che avevamo allestito con le musiche dei Queen e di Sting. A un certo punto ci dissero che a Palermo era scoppiata ancora una bomba. Dopo il 23 maggio, il 19 luglio. Dopo Falcone, la moglie e la sua scorta, il giudice Borsellino con i suoi agenti. Un’altra strage. Eravamo increduli. Palermo, per noi ragazzi di Bergamo, era lontana. Lontanissima.

Ma dopo Falcone, molti di noi iniziarono a domandarsi cosa fosse la mafia e quale impegno incredibile portava uomini e donne, magistrati e poliziotti, a combatterla fino alla morte. E iniziammo a leggere, a studiare, a capire. E iniziammo a chiedere. E facemmo incontri che poi in fondo hanno cambiato la nostra esperienza e ci hanno fatto scoprire l’impegno civile. E politico. Parole forti come giustizia. Bisogni nuovi come quello alla legalità.

Le immagini in tv del funerale di Falcone qualche giorno prima ci rimarranno per sempre dentro. La voce della vedova di Vito Schifani, Rosaria, con quel messaggio incredibile “io vi perdono, però dovete mettervi in ginocchio”. Così io, insieme ad altri, scoprii le parole “servo dello Stato”. E da lì iniziai il mio personale percorso d’impegno.

L’anno dopo, era il 1993, con alcuni amici andammo a Palermo per recitare uno spettacolo contro la mafia. Sui morti di Capaci e Via D’Amelio. Alla Kalsa e poi in piazza Politeama. Alla festa di Santa Rosalia. Di fianco all’Ucciardone. All’Albero Falcone e in via D’Amelio. Ci arrivammo in treno, dopo ore e ore di viaggio e dopo aver scoperto che anche i treni possono salire su una nave.

Oggi torno in via D’Amelio da segretario del Partito Democratico e non nascondo l’emozione. Per me è quasi un cerchio che si chiude. O forse che si riapre, ancora.

Ci torno per chiedere giustizia, come facevo allora, per quello che accadde quella domenica a Palermo. Perché le domande di Fiammetta Borsellino sono anche le nostre.

Ci torno per dire grazie. Perché quella tragedia fu il battesimo dell’impegno di tanti, anche il mio.
Torno per dire “ci siamo ancora”. Nella lotta alle nuove mafie, che nel frattempo hanno cambiato pelle, e nell’impegno alla legalità. Per essere cittadini consapevoli. Per sradicare con l’impegno di tutti qualsiasi forma di criminalità organizzata. E per costruire nuova cittadinanza, a partire dalle scuole che sono piazze civiche insostituibili da cui ripartire per dare più forza alla nostra comunità.

Guardo i ragazzi che partecipano ai progetti di legalità, che ovunque nel paese sono cresciuti dopo quelle stragi, e mi auguro che possano vivere sempre più esperienze d’impegno che li portino ad essere cittadini consapevoli. Nel segno delle parole che hanno accompagnato anche noi in questi anni: “Le loro idee camminano sulle nostre gambe”.

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