L’iniziativa riuscita di Mattarella

Focus
Sergio Mattarella

La mossa del capo dello Stato potrebbe sortire gli effetti auspicati: un tentativo serio di rimuovere i veti incrociati Centro-destra e Cinque Stelle

Si consumano le ore che il presidente Mattarella ha messo a disposizione delle forze politiche, in particolare quelle che hanno conseguito i migliori risultati, ormai 66 giorni fa, per raggiungere un’intesa e assicurare una maggioranza alla legislatura.

Irresponsabilmente vituperato, il preannuncio di un governo di tregua  o anche di un governo neutro potrebbe sortire gli effetti auspicati: un tentativo serio di rimuovere i veti incrociati fra coalizione di centro-destra da una parte e M5S dall’altro. Vedremo.

Il presidente della Repubblica, che nella nostra Costituzione è una figura costruita per fare quel che serve, poco o nulla in caso di circuito Parlamento (cioè maggioranza) e Governo efficiente, assai di più, in forme diverse a seconda delle circostanze, quando questo circuito non funziona, urtato più che dalle critiche (sempre legittime) dalla scompostezza di certe reazioni scostumate, ci ha tenuto a chiarire bene le sue intenzioni e il senso della sua proposta, nata solo dalla inconcludenza dei c.d. vincitori:  “vi sono momenti”, ha detto, “che richiamano a valori costituzionali, a impegni comuni, perché non divisivi delle posizioni politiche ma riferiti a interessi fondamentali del Paese, in questo senso neutrali”.

Il guaio è che su quali siano gli “interessi fondamentali” dell’Italia di cui egli ha il dovere di considerarsi rappresentante (in nome dell’”unità nazionale”, art. 87.1 Cost., cioè in nome di tutti) non c’è – evidentemente – alcuna concordia fra i partiti. Evitare una vera e propria crisi istituzionale permettendo alla legislatura almeno di partire (come si fece nel 2013 col governo Letta sostenuto da Pd e centro-destra, senza Lega), evitare il rischio di elezioni a breve o brevissima scadenza (destinate a soddisfare gli egoismi di alcune forze politiche ridisegnando gli equilibri, forse, ma certamente riproducendo il tripolarismo), evitare l’esercizio provvisorio del bilancio che porterebbe con sé l’aumento dell’IVA (a parole deprecato da tutti o quasi tutti), rappresentare con un minimo di autorevolezza il nostro punto di vista in sede Unione europea in vista di decisioni che si prenderanno comunque (tenendo conto anche delle preoccupazioni degli elettori che hanno votato M5S e Lega): in ciò consiste, è chiaro, per Mattarella, la tutela degli interessi fondamentali del Paese.

Ma il Presidente ha dovuto registrare che su questo concorda, per una volta compatto, il solo Partito democratico, cioè un quinto del Parlamento (e sotto sotto, ad essere ottimisti, la sola seconda forza del centro-destra: ma non fino al punto di metterne in discussione la formale unità). E’ l’ennesimo segnale di una crisi che preoccupa, ma che non è per nulla inattesa.

A fronte dell’impudenza con la quale – assecondati da giornalisti spesso ignoranti, talora conniventi – da parte di alcuni (in particolare da parte del M5S) si tende ad accusare la legge elettorale Rosato-Fiano per aver causato lo stallo di questi mesi, è il momento di rivendicare senza mezzi termini che questo è invece esclusivo frutto dell’irresponsabilità con la quale per ragioni strettamente partigiane si è voluto buttare a mare una riforma costituzionale e una legge elettorale che avrebbero dato risposta, fra le altre cose, precisamente al problema di come permettere il funzionamento del regime parlamentare nel contesto tripolare emerso nel febbraio 2015: oltre cinque anni fa!

A chi si lamenta della legge 165/2017 come della “legge elettorale del Pd”, quasi il solo Pd l’avesse votata e voluta (quando invece la legge elettorale del Pd nel quadro della riforma era l’Italicum con ballottaggio, formula c.d. majority assuring), si deve ricordare che senza la legge Rosato si sarebbe votato con un sistema diverso fra le due Camere e solo proporzionale senza neppure quel terzo di seggi uninominali che ha premiato le forze maggiori, e che – se mai – pur dopo referendum e sentenza della Corte il Pd aveva proposto il recupero delle leggi Mattarella con almeno il 50% di seggi maggioritari, respinto da tutte le atre forze politiche maggiori. Per cui l’assetto delle Camere attuali nulla a che vedere con quella legge elettorale, anzi.

Questo, a ben vedere, sarebbe il vero interesse fondamentale della Nazione: prima di tornare alle urne darsi un pacchetto minimo di riforme d’emergenza discusse con spirito davvero unitario dai tre poli: legge elettorale che desse la vittoria alla maggior minoranza (quali sono oggi sia il centro-destra sia il M5S sia lo stesso Pd), e fiducia alla sola Camera (o almeno voto ai 18enni per il Senato, se proprio non si riesce a rinunciare ad eleggerlo direttamente). Basterebbe per rimettere in moto le nostre istituzioni politiche. Dopo di che gli italiani potrebbero scegliere davvero, e per 4-5 anni.

Fin a questo punto il presidente non ha voluto né potuto spingersi: perché sa che manca il consenso necessario. Al netto di questo, ciò che egli ha suggerito è il minimo sindacale dell’interesse nazionale. Se la maggioranza delle forze parlamentari, legittimamente ma irresponsabilmente, non lo asseconderanno, come può darsi accada, ci sono molte probabilità di fare un altro passo verso una vera e propria crisi di regime: comunque si redistribuiscano i voti, in piena estate (altra follia)!

 

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