Mattarella e le 6 ipotesi sul governo che verrà

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Il gioco è complicato e l’unica cosa certa è che la partita sarà lunga

Il fatto che si sia formata una maggioranza sulle presidenze delle Camere in base alla convergenza tra centrodestra e M5s è davvero ininfluente sulla formazione del governo? No, anzi, ne costituisce la base di partenza ineludibile. Di Maio sostiene che le due cose sono totalmente scollegate perché cerca di nascondere dietro questa artificiosa distinzione il fatto di aver concluso con tutto il centrodestra, B. compreso (anche se ciò travaglia Travaglio), un accordo di natura politica, votando al Senato un’ardente e raffinata sostenitrice di tutte le battaglie urticanti di B.

La storia, dal 1994 in poi, dice il contrario: tutti i presidenti dei due rami del Parlamento, da quel momento in poi, sono stati eletti da maggioranze che poi hanno espresso i governi, o comunque, come nel 2013, sono stati la base di partenza dei governi che poi si sono formati.

Ciò non vuol dire che sia certo che si formerà un governo M5S-centrodestra a guida leghista, ma che l’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento rappresenta un fatto politico e numerico del quale il presidente della Repubblica non può non tener conto.

Il rigoroso silenzio del presidente Mattarella non autorizza nessuno a interpretarne il pensiero, ma basta andare al suo discorso di fine anno per comprendere entro quali limiti egli intenda muoversi: “Le elezioni aprono, come sempre, una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento. A loro sono affidate le nostre speranze e le nostre attese”.

L’altra cosa di cui si può essere ragionevolmente certi è che il presidente non intenda assumersi, almeno in questa fase, la responsabilità di indicare una soluzione, come conferma la secca smentita da parte del Quirinale dell’ipotesi che si stesse formando, su sua ispirazione, un partito “collista”, con lo scopo di formare un governo del presidente.

Partendo da questi dati di fatto è possibile ragionare su quello che accadrà dopo Pasqua, quando avranno inizio le consultazioni al Quirinale. In quella sede le forze rappresentate in Parlamento dovranno fornire al Capo dello Stato il nome di un premier e dimostrare che l’incaricato ha delle chance di trovare una maggioranza parlamentare. Questa è l’unica cosa che conta in una democrazia parlamentare. Proviamo allora a immaginare quali sono davvero le ipotesi in campo.

  1. Il centrodestra rimane unito e indica in Matteo Salvini il candidato premier per una coalizione che parta dalla maggioranza relativa ottenuta dalla coalizione ma non escluda convergenze con altre forze parlamentari come, appunto, avvenuto nell’elezione dei presidenti dei due rami del parlamento. In questo caso non si potrà che partire da un incarico, o un pre-incarico, al leader leghista.
  2. Il premier incaricato verifica una possibile convergenza analoga a quella realizzata sulle presidenze e va avanti per un governo M5S-Centrodestra.
  3. Il premier incaricato verifica che una convergenza è possibile ma non sul suo nome. E a quel punto suggerisce egli stesso un terzo nome in grado di raccogliere una maggioranza che comprenda M5S e centrodestra.
  4. M5S non accetta un governo che comprenda B. e Salvini accetta l’ipotesi di un governo grillo-leghista guidato, anche in questo caso, da una figura terza.
  5. Nessuna di queste ipotesi si realizza e a quel punto toccherebbe a Di Maio che, probabilmente, si rivolgerebbe anche al Pd.
  6. Anche l’ipotesi Di Maio non va in porto e a quel punto, ma solo una volta che sia venuta in luce l’impossibilità di una maggioranza politica, potrebbe nascere l’ipotesi di un governo “istituzionale” che non dovrebbe lasciar fuori nessuno, con un limitato orizzonte di durata.

Il gioco è complicato e l’unica cosa certa è che la partita sarà lunga.

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