Pd, pacificazione interna e una mano a Mattarella

Focus

Una situazione politica demenziale, soprattutto a causa del salvinismo anti-italiano e di uno sprovveduto Di Maio

Siamo immersi in un clima politico surreale con risvolti demenziali. La legge elettorale vigente non ha prodotto vincitori, al di là di sciocche enfasi personali, ma una coalizione destrorsa che presenta una maggioranza relativa nel suo insieme, un presunto movimento politico numericamente al secondo posto, la coalizione del Pd al terzo.

Nel primo caso abbiamo insieme popolari che esprimono Tajani Presidente del
Consiglio Europeo ma alleati con il lepenista Salvini e post fascisti che riscoprono il simbolo dell’MSI, che significa anche Mussolini sei immortale.

Ma nel nostro paese tutto è possibile, del resto anche Tajani si confonde da Minoli
fra economia sociale di mercato, risposta novecentesca liberale e comunque progressista alla social democrazia, e l’ottocentesca dottrina sociale della chiesa.

Come questa coalizione abbia preso il 37% dei voti validi il 4 marzo è spiegabile solo con la paura di una parte consistente del paese di perdere il proprio status e quindi la propria sicurezza economica e le relative manfrine, e molti dicono anche fisica, nonostante le contraddizioni interne evidenti sull’Unione Europea, europeisti da una parte e sovranisti dall’altra, e le fandonie economiche culminanti nella flat tax
prodotta dal “bausciame” salviniano.

Nel secondo caso c’è un movimento ondivago che ha raccolto il 32 % dei voti
validi. Come abbia raggiunto questo obiettivo, con un comico padre nobile, con una piattaforma informatica sostanziale amministratore delegato, con un presunto capo politico senza arte né parte che, grazie a meno di 200 voti avuti on line, ha lavorato per la prima volta in vita sua come deputato e vice presidente della Camera, e con un
programma economicamente ridicolo perché insostenibile, resta un problema socio culturale che può trovare spiegazione solo nella disperazione e nella dabbenaggine di una parte consistente del nostro paese.

Nel terzo caso abbiamo il Pd e la sua coalizione che, nonostante abbiano raccontato la verità, messo a punto un programma culturalmente accettabile, contribuito con il loro governo a far uscire dalla palude il paese, non hanno convinto l’elettorato andato al voto, al di là di quelli che si sono rifugiati in LeU e nell’astensione.

L’interesse generale del paese, vista l’obiettiva difficoltà di mettere insieme un governo autorevole e concorde con il materiale a disposizione, impone un periodo di transizione governato, si spera intelligentemente, da gente responsabile, su indicazione del Presidente della Repubblica, che ci conduca entro un anno a nuove elezioni, facendo le cose che tutti sappiamo necessarie per sopravvivere.

Ovviamente con un profilo europeista ed economicamente compatibile con la realtà per evitare l’aggressione dei mercati e di quella criminalità finanziaria che spesso ne
inasprisce i comportamenti.

La possibilità che Salvini, dichiaratamente filo lepenista, segretario di un Partito che – tranne cambiamenti notturni – mantiene all’articolo 1 del suo statuto l’obiettivo primario della secessione della fantomatica Padania dalla Repubblica Italiana, una ed indivisibile per definizione costituzionale, per diventare Repubblica Federale libera e
sovrana, possa avere un incarico di Presidente del Consiglio del governo italiano , mi sembra ridicolo e per di più impensabile nelle corde del Presidente della Repubblica.

E questo vale, a mio avviso, per ogni esponente politico iscritto alla Lega o presentatosi nelle sue liste. Abbiamo già sopportato lo sberleffo di ministri degli interni e poi presidenti di regione che, depositari purtroppo dei nostri segreti di stato, urlavano Padania libera a Pontida.

Del resto anche Di Maio Presidente del Consiglio, senza alcuna “educazione” politica di base e contemporaneamente senza alcuna professionalità palese sarebbe stato improponibile per l’Europa.

In questo bailamme che sa di politica “maccheronica” c’è il problema interno del Pd: il nostro problema. I milioni di voti persi dal 2013, in parte nell’astensionismo, in gran parte – si dice – nei Cinque Stelle, altri – si dice – nella Lega, sono purtroppo evidenti, non cancellabili. Terremoto numerico che ha prodotto la perdita di Regioni e Comuni, prima e dopo il dramma del referendum.

D’altra parte però dobbiamo ai nostri governi e quindi a Renzi l’adesione del Pd al
Partito Socialista Europeo che ha, almeno otticamente, sancito il nostro posizionamento ideale, e tutte le riforme fatte che hanno, senza se e senza ma, migliorato l’esistente.

Ed il referendum, che molto probabilmente senza la rottura del Patto del Nazareno avremmo evitato – sancendone i contenuti a livello parlamentare – senza la
personalizzazione ingenua con promessa di addio alla politica, scioccamente suggerita da strateghi inadeguati per il nostro paese, lo avremmo vinto nell’interesse della collettività. Ma abbiamo scatenato l’antirenzismo anche in parte dell’astensionismo tradizionale.

Così come dobbiamo a Gentiloni, sia come Ministro degli Esteri che come Presidente del Consiglio, l’ottima qualità politica e professionale della presenza italiana in Europa che ci consente ancora oggi una tranquillità sistemica.

Renzi certamente ha il diritto di parlare, anche se, sottomettendo l’ego alla strategia, avrebbe fatto meglio a far parlare i suoi in Direzione per poi riassumerne dopo i perché evitando così il diritto di incazzatura di Martina e degli altri che volevano rimandare formalmente al confronto proprio in Direzione le decisioni da condividere. E quindi il problema è difficilmente risolvibile: sarebbe necessaria una sprovincializzazione caratteriale di Renzi la mancanza della quale ha condizionato i suoi comportamenti con scelte politiche e candidature sbagliate in alcuni casi e discutibili in altri.

Errori che furono anche di Bersani, con candidature poi salite sul carro renziano, usate in Parlamento o in altri contesti politici senza successi obiettivi e con sconfitte evidenti ed oggi riconfermate. Sarebbe altresì necessario, per l’attuale minoranza del Pd, comprendere che Renzi è stato rieletto Segretario pur sconfitto al Referendum: e quindi numericamente è pensabile che abbia per sé buona parte di quel 18% dei votanti del 4 marzo. E vorrei ricordare che le percentuali di voto vanno sempre correlate, quando facciamo paragoni, alla quantificazione dei votanti perché il
18 % del 70% è in cifra assoluta, rispetto agli aventi diritto al voto, maggiore del 24% del 50%.

E’ necessaria una pacificazione interna, strutturale ed intelligente, per continuare ad esistere a sinistra, così come è necessario dare una mano al Presidente della Repubblica. Nel contempo abbiamo il compito di ricercare l’unità dei
progressisti spiegando quotidianamente agli italiani, con esempi e numeri indiscutibili, che le promesse elettorali dei penta tellati e della destra in termini economici sono fandonie, che l’Italia senza l’Europa non va da nessuna parte,
che l’Europa, evitando ipocrisie, però deve prendere atto che certi paesi sono incompatibili con la storia democratica occidentale, al di là della sleale concorrenza interna che produce delocalizzazioni inaccettabili, che per realizzare
davvero l’unione europea, in termini fiscali, salariali e sociali, realizzando altresì economie di scala in termini di difesa e sanità, nonché industriali, servono intese governative nazionali uguali fra loro con socialisti, popolari e liberal
democratici, davvero europeisti, senza sbavature destrorse ed anti sociali, per poi produrre investimenti e quindi lavoro.

E queste cose vanno dette ad alta voce incessantemente anche in Europa. Certo per fare tutto ciò è necessaria un’organizzazione politica qualificata e capillare e servono risorse non solo umane ma anche economiche.

In Italia purtroppo i nostri giornali non ci sono più, il finanziamento pubblico dei partiti è stato sostanzialmente soppresso: scelte da me mai condivise. Perché il problema era il controllo pedissequo e veritiero delle singole spese per evitare arricchimenti illeciti e personali, ma la funzione economica del finanziamento pubblico era profondamente democratica perché aspetto evidente della necessaria riduzione della forbice ricchezza povertà.

Riduzione che può avvenire solo attraverso la politica progressista, istituzionale e parlamentare, ed il lavoro territoriale accanto alla gente comune per cercare di migliorarne la qualità della vita. Oggi è tutto più difficile e quindi auguri a tutti noi!

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