Ma non fu Bartali a cambiare la storia nel luglio 1948

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La traccia alla maturità sulla maglia gialla al Tour due giorni dopo l’attentato a Palmiro Togliatti

Sembra che una delle tracce più apprezzate dagli studenti oggi impegnati con gli esami di maturità sia stata quella su Gino Bartali e sull’episodio della sua vittoria al Tour de France nel luglio 1948 (per l’esattezza la conquista della maglia gialla), pochi giorni dopo l’attentato a Palmiro Togliatti.

Già nella  stessa traccia, per la verità, si mette in dubbio la vulgata che da decenni suggerisce l’idea che il trionfo di Bartali calmò le agitatissime acque dopo gli spari contro il segretario del Pci. Ma come andarono le cose realmente?

I fatti. La mattina del 14 luglio 1948 Togliatti, dopo un passaggio alle Botteghe Oscure per una breve riunione della segreteria sul problema delle scuole di partito, si reca come ogni giorno alla Camera (allora la vita parlamentare era una cosa seria): l’ordine del giorno non era granché – la legge sui contratti d’affitto dei fondi rustici – ma all’epoca tutti i deputati, compresi i leader, vivevano il lavoro parlamentare con intensità assoluta: era la prima legislatura democratica e bisognava onorare il mandato popolare!

Prima di mezzogiorno il segretario del Pci esce insieme a Nilde Jotti (eludendo la sua scorta…) dall’uscita laterale di via della Missione – ancora oggi è l’uscita della sala stampa. Un uomo, Antonio Pallante, gli spara tre volte, una pallottola gli perfora il polmone, Togliatti è gravissimo ma vivo. La Jotti ricorderà: “Mi buttai su Togliatti, non capii subito quello che stava succedendo, né lo capirono le persone che giunsero in quei momenti”.

Il capo comunista viene portato al Policlinico e prontamente operato da due fra i masssimi chirurghi italiani – Valdoni e Frugoni. Il primo poi spiegò che fu solo grazie alla sua nuca molto spessa che Togliatti si salvò. Questioni di centimetri anche l’altra pallottola, aveva centrato un polmone ma senza comprometterlo. Il leader del Pci aveva fatto in tempo, prima dell’intervento, a dire – credo a Mauro Scoccimarro, o a Longo: “Non perdete la testa”.

In effetti, immediatamente sparsasi la notizia, il Paese si bloccò. Già il 14 – mentre a Montecitorio si teneva una seduta drammatica, con i comunisti scatenati ad attaccare la Dc e il “governo della reazione” che aveva “armato la mane di Pallante” (che in realtà era un mezzo squilibrato) e  il Nord soprattutto fu paralizzato da un clamoroso sciopero generale indetto dalla Cgil.

Non rievochiamo qui i mille episodi della quasi-insurrezione: il 15 fu una giornata drammatica (un Di Vittorio esausto chiamò i sindacalisti di Genova: “Ma che state facendo? Siete impazziti?” e gli risposero: “Ci sono due morti, potevano essere 400”). Secondo il ministro dell’Interno Scelba i due giorni di mobilitazione generale successivi all’attentato provocarono 16 morti (9 tra gli agenti e 7 tra i civili) e un numero imprecisato di feriti. Molte fabbriche del Nord, a Sesto San Giovanni come a Torino, vennero immediatamente occupate, a Genova, i militanti sequestrarono cinque autoblindo della polizia, a Piombino gli operai delle acciaierie si mobilitarono in modo compatto e invasero la città, a Roma si svolse il più imponente sciopero generale mai visto: alcuni quartieri – dal Trionfale a Testaccio – erano praticamente in mano ai militanti del Pci: ci furono anche delle barricate.

Ma il gruppo dirigente di Togliatti, appunto, “non perse la testa”. La strada dell’insurrezione – lo capì persino il “duro” Pietro Secchia – era sbarrata. La scelta democratica, pur con mille distinguo e ambiguità, era stata compita definitivamente. La “rivoluzione italiana” – secondo Gramsci e Togliatti – doveva essere condotta pacificamente, con il consenso delle masse, nel rispetto delle regole costituzionali che il Pci aveva contribuito a scrivere assieme al quella Dc che ora veniva messa nel mirino. Di Vittorio, Amendola, Longo furono i protagonisti dell’operazione di ritorno alla calma.

Il 16 luglio fu una giornata-chiave. La Cgil, per decisione di Di Vittorio, annunciò la sospensione della sciopero generale. Togliatti era stato operato e si sarebbe salvato certamente. E il Giornale radio delle 20 aprì con una notizia inattesa: Gino Bartali era maglia gialla al Tour de France. Ma è evidente che fu la scelta politica del Pci di interrompere la mobilitazione di massa a chiudere l’incidente. Piano piano la cose tornarono alla normalità. In seguito Togliatti esaltò lo sciopero generale ma non ne fece mai un punto di riferimento per la lotta politica del suo partito. Era stata una parentesi, insomma, un fatto isolato dovuto a un mezzo matto di 24 anni che chissà cosa pensava di fare, che aveva mostrato la forza dei comunisti e insieme la loro capacità di rientrare nel gioco democratico.

E Gino Bartali che c’entra? Sostanzialmente, poco e niente. Al massimo, la sua impresa poteva alleviare gli animi esacerbati da uno scontro politico durissimo. Lo intuì De Gasperi che – si narra – lo chiamò il 14 luglio per chiedergli se avesse la forza di vincere il Tour (i due si conoscevano da tempo).

L’impresa era difficilissima. Ginettaccio a metà del Tour era al 28° posto, a 22 minuti dalla maglia gialla, l’idolo francese Louis Bobet. Un distacco incolmabile! Anche per un grande come Gino Bartali.

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