Sempre UKaos. May cerca una via d’uscita, Merkel socchiude la porta

Focus

Dopo il voto contrario in Parlamento, tutte le incognite sul futuro dell’isola. L’Europa si mostra ferma

Sempre caos in Gran Bretagna. Theresa May ha chiesto ai Comuni di respingere la mozione di sfiducia presentata contro il governo dall’opposizione laburista, additando le elezioni anticipate dopo la clamorosa bocciatura ieri del suo accordo sulla Brexit come “la peggiore strada possibile”.

“Le elezioni – ha detto la premier Tory replicando a Jeremy Corbyn – non sono nell’interesse nazionale: porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti”.

Ma il dato è che sulla Brexit è tutto da rifare

Ieri l’epica disfatta: l’accordo raggiunto, lo scorso novembre, con l’Ue dalla premier britannica che doveva determinare il divorzio dall’Europa politica e finanziaria è stato bocciato. La Camera dei Comuni ha bocciato l’ipotesi con 432 no (sono stati 118 i deputati Tories ‘ribelli’) contro 202 sì. La ratifica negata con uno scarto di 239 voti, un bilancio molto pesante per un governo già da tempo in difficoltà su questa vicenda..

E oggi Theresa May deve affrontare un altro voto cruciale. Quello della sfiducia contro di lei, o meglio del suo governo, che il leader laburista Jeremy Corbyn ha prontamente presentato alla Camera dei Comuni. La premier ha negato la possibilità di dimettersi ed ha sfidato le opposizioni: “Se non passa la mozione di sfiducia, sono disposta a collaborare con tutti i partiti politici per trovare una soluzione”. A questo punto, le ipotesi sul campo sono diverse: un’uscita del Regno Unito senza accordo con Bruxelles, un secondo referendum, una rinegoziazione dell’accordo (su cui l’Ue è molto scettica) o il rinvio dell’uscita, oggi fissato per il 29 marzo prossimo.

Merkel tende la mano

Un po’ a sorpresa Angela Merkel ha teso una mano alla “collega” inglese: “Abbiamo ancora tempo per trattare ma ora è la premier britannica che deve fare una proposta”. Un modo per far capire che gli spazi per un’ulteriore trattativa non sono chiusi.

Diversa la posizione della Francia con l’Eliseo che lascia trapelare: “Abbiamo già raggiunto il limite di quello che potevamo fare nel contesto dell’accordo. Per risolvere un problema di politica interna britannica non possiamo non difendere gli interessi degli europei”.

E Bruxelles tiene il punto: “L’accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato. Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi”. Lo ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se Schinas avverte che i 27 non sono disposti a rinegoziare l’intesa, lascia però intendere che c’è qualche margine per ritoccare la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, sempre che Londra modifichi i suoi paletti. Ma occorre che la Gran Bretagna chiarisca cosa vuole fare.

Il capo negoziatore Barnier oggi ha ricordato che il “no deal è sempre più vicino”. Un’ipotesi catastrofica per il Regno Unito, ma che colpirebbe anche l’Europa. L’ipotesi più probabile è un rinvio, su cui si sta lavorando, della scadenza del 29 marzo, perché nessuno vuole un addio di Londra senza accordo, anche se questa è un’ipotesi che i governi europei stanno sempre più prendendo in considerazione.

Secondo referendum?

La fermezza delle due posizioni potrebbe mutare in caso di nuovo  e opposto  mandato popolare. Per questo motivo, da settimane ventila l’idea di far tornare i britannici alle urne, proponendo loro un secondo referendum dopo quello del giugno 2016. May è contraria a questa ipotesi perché, dice, sarebbe un tradimento della volontà dei cittadini, che si sono già espressi a favore della Brexit. Al momento nemmeno Corbyn è convintissimo, il suo europeismo è notoriamente freddo, ma potrebbe giocare questa carta se la sfiducia non passasse. Inoltre, bisognerebbe chiarire se l’eventuale consultazione riguarderà l’accordo attuale o se sarà una semplice riproposizione del Leave-Remain del 2016.

Di nuovo in Parlamento

La terza ipotesi è temporeggiare e poi riproporre lo stesso testo al Parlamento britannico. Era l’idea principale di alcuni membri del governo: parlare con i singoli parlamentari contrari e convincerli a cambiare opinione. Tuttavia, vista l’entità della sconfitta, proporre nuovamente lo stesso accordo potrebbe risultare inutile.

Intanto la Commissione europea mantiene contatti aperti a tutti i livelli con Londra. Lo stesso presidente Jean Claude Juncker ha una linea diretta con May, ma per il momento non è previsto l’arrivo della premier britannica a Bruxelles. Lunedì May dovrebbe tornare ai Comuni con una proposta alternativa per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. “La Camera ha parlato e questo governo ascolterà” ha detto ieri sera May nell’aula che l’aveva appena travolta con una valanga di voti contrari.

Il dibattito sulla sfiducia in Parlamento è rovente, ma la votazione (prevista per le 20 italiane) è molto incerta. Il governo è sin dalla sua formazione un governo di minoranza che si regge sui dieci voti degli unionisti irlandesi. Basterebbero pochi dissidenti per far cadere Theresa May e provocare la crisi, che non è detto sfoci in nuove elezioni. Quello che appare certo è che la figura politica della premier è molto indebolita, così come i Conservatori divisi tra brexiters e europeisti.

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