La medicina “cura” ma non ascolta, e il malato è lasciato senza destino

Focus

Curi e Lingiardi si chiedono su versanti diversi ma complementari che fine hanno fatto le meravigliose preziosissime radici etimologiche dei termini medici

Viaggiano sulla stessa linea d’ombra sospesa fra filosofia del linguaggio, storia dei miti e contaminazioni fra scienza e letteratura due bei libri che indagano le trasformazioni subìte nel tempo dalla professione medica e dalla sua semiotica, e l’identità del malato, fra nudità dell’essere-umano e asetticità degli approcci diagnostici.

Le parole della cura di Umberto Curi (Raffaello Cortina, pagg. 144, euro 16) e Diagnosi e destino di Vittorio Lingiardi (Einaudi, pagg. 129, euro 12) partono entrambi da una ormai difficilmente gestibile rupture epistemica: la medicina si è sempre più burocratizzata, iperspecializzata e monetizzata, al punto da perdere di vista non solo la totalità somatopsichica dell’individuo che soffre, ma anche la dimensione olistica, multiassiale delle relazioni e della provenienza sociale dell’uomo che affida la sua debolezza a chi indossa il camice bianco.

La malattia, insomma, assomiglierebbe sempre più alle astrattezze dei protocolli internazionali e dei tracciati nosografici e molto, molto meno a una condivisione empatica di lacrime, dolori e speranze sfinite. Dice Curi: “Il medico trasferisce e oggettiva la sua sollecitudine in una pluralità di atti concreti, inevitabilmente neutri dal punto di vista affettivo, la cui efficacia dipende dunque esclusivamente da una incidenza misurabile in termini quantitativi, dal successo che essi realizzano soprattutto dal punto di vista della scomparsa o della diminuzione della sintomatologia morbosa”.

Il classico “mal di vivere” rende sovrani sul nostro corpo in disfacimento progressivo verso l’exitus della morte, ritrovati e particelle chimiche, acceleratori e stabilizzatori di comportamenti, in una vita sempre più crocifissa e ossessionata dalla malattia, che vuol dire in fin dei conti aver paura della paura, non farsi surclassare dai ritmi naturali, dalle debolezze, dagli handicap provvisori, dagli imprevisti della salute, e risolvere tutto con goccine e compresse, apparecchi tecno-scientifici ed espedienti “miracolosi” di una ipercapitalistica mondializzazione della farmaceutica. L’essere umano non è più il delta di una scala
evolutiva, è disarticolato: la sua dimensione psico-biologica separata da quella sociale, familiare e politica o a questa sostituita, vivisezionato e sfruttato in ciò che serve all’imperscrutabile volontà del mercato, volta per volta risvegliato come cellula dormiente per il lancio di un nuovo prodotto (come tutti quelli che ad ogni stagione la tv ci propone come auto-guarigione facile e poco dispendiosa), scavato nella sua essenza come roccia, dilaniato dalle farneticazioni medical-mediatiche cui serve l’appoggio degli acquisti e la moltiplicazione dei test per confermarsi come arterie di una Città virtuale del Benessere.

Che è quello che sottolinea Lingiardi quando ci fa capire che le classificazioni strumentali e concettuali dialogano sempre più a stretto giro con la propaganda commerciale, l’andamento delle assicurazioni, la vita istituzionale e gli interessi di categoria, perché ovunque ci sia traccia di “disagio” psico-fisico questi suddetti livelli se ne avvantaggiano massicciamente.

Il male, depauperato e despossato dalle zone oscure dell’essere, da valenze trascendenti e sgomenti metafisici, spurgato dal suo innominabile Nulla, viene convogliato e riunificato nei dispositivi di tipo amministrativo, sanzionatorio e penalistico, e in un regime controllato di pericoli e angosce ad altissima definizione e selezione scientifico-mediatica, in una caccia aperta all’insicurezza in nome della prevenzione e della riparazione, del precursore migliore, del battistrada più sicuro, del paracadute che si apre prima. In un cosmo diventato cosmesi globale, l’importante è acquistare la pastiglia giusta, la tisana giusta, consultare il bugiardino giusto o impossessarci del blockbuster giusto per difenderci e conquistare la soglia di felicità e non-esposizione che continuerà a farci sentire dei quasi-immortali che non siamo e non saremo mai, scordandoci che questa strisciante liquefazione totalitaria del nostro essere avrà sempre più difficoltà a rimandarci l’immagine della problematicità dello stare al mondo, rapida invece a farci rotolare lungo la china di una vera incapacitazione della nostra libertà.

Che fine hanno fatto allora, si chiedono Curi e Lingiardi su versanti diversi ma complementari, le meravigliose preziosissime
radici etimologiche dei termini medici più sdoganati dalla vulgata? Medico deriverebbe da mendìcus, colui che stando in
mezzo ai tormenti dei simili metteva a disposizione il suo sapere in cambio di un obolo; o da medeor latino che significa prendersi
cura, darsi premura, mentre il correlato greco porterebbe a “custodire” e “proteggere”. Terapista, terapia, deriverebbero dal
greco therapon che significa “servitore”, colui che obbedisce senza servilismo o coercizione ma per missione etica, che si mette a disposizione del suo signore; come il cura latino che sta per sollecitudine, prendere a cuore, darsi da fare per la salvezza altrui.

Diagnosi deriverebbe dal verbo greco che richiama la conoscenza ma anche l’auto-conoscenza e un rapporto riflessivo più ravvicinato con la condizione umana. Semantiche, come si nota, ben obliate da chi sa cosa succede nei nostri reparti ospedalieri. Forti, allora, del fatto che i discorsi sulla sanità del soggetto non sono allineati forzatamente alle leggi della natura, poiché su queste si interviene tecnicamente per rettificarle e modificarne il corso; e consapevoli che dove c’è medicina c’è anche veleno e controindicazione (pharmakos significa entrambe le cose), bisogna, ci dice soprattutto Curi, cavalcare l’evento spiraliforme dell’essere degenti e dell’attendere altra vita dal clinico che si piega sulle nostre viscere, sulla nostra pelle, sui nostri organi per darci conforto e allontanare lo spettro della fine dei giorni.

Curare deve essere un titanismo moderato, una antinomia umanisticamente gestita, una rincorsa alla certezza ma senza baldanza: solo così, conclude Lingiardi, elemento “nomotetico” e “idiografico” si compendieranno, il buon funzionamento sancito dagli atlanti anatomici sarà rispettoso delle singolarità e delle risorse di ciascuno. Solo così la medicina diventa narrazione e apertura all’Altro.

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