Gli ingegneri napoletani dei successi Ducati: “Un altro Sud è possibile”

Focus

Intervista ai fondatori di MegaRide, la start up napoletana che ha supportato Ducati per lo spoiler anti-usura delle gomme che adesso vogliono tutti

Come nella favola del brutto anatroccolo, quella che in origine era sembrata la notizia dell’ennesimo ricorso tra case motociclistiche, con Honda, Aprilia, Suzuki e KTM che avevano protestato per la vittoria della Ducati in Qatar, si è trasformata nel racconto dell’avventura di un gruppo di giovani ingegneri napoletani, manager della start up MegaRide, e autori del progetto dello spoiler “incriminato”. Una tecnologia all’avanguardia, si è poi scoperto dopo che il ricorso è stato respinto, in grado di ridurre l’usura degli pneumatici. Una bella storia di un successo italiano, nato nel Mezzogiorno.
Abbiamo incontrato per Democratica i fondatori della start up, Francesco Timpone, il presidente, Aleksandr Sakhnevych, il Cto, e Flavio Farroni, il Ceo, oggi a capo di un team di 11 ingegneri con età media sotto i 35 anni.

La storia della vostra azienda è venuta alla ribalta dopo il ricorso presentato contro la Ducati. Ce la raccontate?
Certo. MegaRide fornisce a Ducati strumenti in grado di interpretare, analizzare e predire le informazioni legate al comportamento termico e prestazionale degli pneumatici. Questa tecnologia, pensata per il motorsport ed in uso presso importanti team internazionali (AUDI Sport in Formula E, per citarne uno dei principali) ha fornito supporto agli ingegneri del team Ducati Corse per sviluppare lo spoiler e simularne efficacemente gli effetti in relazione all’impiego in gara.

Una bella storia di successo con al centro dei giovani ingegneri napoletani. Dunque un altro Sud è possibile?
Uno dei principali punti di forza del nostro progetto, che parla di territorialità fin dal nome (MegaRide è l’isola dove sorge il Castel dell’Ovo, primo insediamento umano dell’antica Neapolis), è la possibilità di investire sui nostri giovani. Noi non desideriamo “trattenere persone”, ma semplicemente offrire ai nostri laureandi la possibilità di poter scegliere se restare o partire, un lusso negato alla nostra generazione. Un altro Sud è possibile, e il cambio di paradigma, a nostro parere, deve andare nella direzione di un Sud che non solo trattenga, ma che soprattutto diventi attrattivo su specifici scenari di eccellenza. Noi, nel nostro piccolo, ci stiamo provando, annoverando nel team un fisico triestino e un ex ingegnere della Formula 1 di Novara.

Siete diventati un’eccellenza in un ambiente complicato e in un ramo, quello dell’innovazione, che la vulgata difficilmente associa al Mezzogiorno. Quali difficoltà, e quali punti di forza, avete incontrato lungo la strada?
I punti di forza, immensi, sono legati al fatto di essere nati nella forma di spin-off accademico del Dipartimento di Ingegneria Industriale della Federico II. La sinergia con il contesto accademico consente a realtà nascenti di poter crescere fruendo di un supporto eccezionale, sia sul versante delle competenze che dell’incubazione. In tal senso va sottolineato il lavoro, parallelo a quello svolto dall’Ateneo, degli incubatori (il nostro, nello specifico, è l’incubatore Campania New Steel, di Città della Scienza), in grado di dare competenze imprenditoriali a team scientifici, consentendo la creazione congiunta di modelli di business di progetti che vedono spesso la luce senza una chiara idea di sviluppo. Al contempo, in Italia ci vorrebbe maggiore attenzione e prospettiva di sviluppo per le figure accademiche dedite al trasferimento tecnologico, in analoghi contesti internazionali la “commercializzazione dei prodotti della ricerca” è un tema quotidiani.

Dal vostro osservatorio, cosa manca per dare finalmente slancio allo sviluppo del Mezzogiorno?
La nostra è un’attività molto tecnica, alla quale dedichiamo il 100% dei nostri sforzi, perdendo talvolta di vista il contesto politico. La nostra percezione ci porta ad osservare che chi ha voglia di realizzare qualcosa di importante, non ha che da dedicarvisi anima e corpo, con sacrificio, dedizione e investendo in competenze e formazione. C’è da dire che, sebbene l’epoca del digitale abbia praticamente accorciato enormemente le distanze, la presenza di big players, potenziali partners e clienti, andrebbe incentivata puntando su una comunicazione mirata a rendere conoscibili a livello globale le punte di eccellenza del territorio.

Con voi lavora anche un giovane fisico proveniente dalla Apple Academy di San Giovanni a Teduccio. È un’altra eccellenza che sta funzionando? È così che il Sud cambia finalmente passo?
La nascita e la presenza di un ecosistema è un qualcosa di tangibile. Ad oggi, San Giovanni si sta affermando sempre di più come teatro di interazioni importanti, che nascono quotidianamente e che si alimentano grazie alla presenza di un’Università e di stakeholders come Apple, Deloitte, Cisco, Tim, FS, solo per citarne alcuni… La ricaduta è, a nostro parere, lampante: nell’offrire possibilità di placement o anche solo di scambiare due chiacchiere alla macchinetta del caffè con qualcuno di competenze potenzialmente complementari, il tutto finalizzato ad una tangibile riqualificazione territoriale meno retorica e più operativa.

Quali progetti per il futuro? È vero che state per sbarcare anche in Formula Uno?
Nella Formula 1 abbiamo già mezzo piede, ma non possiamo dire molto 🙂 Le prospettive sono di un’ulteriore forma di trasferimento tecnologico… dal motorsport alle auto del futuro. Grazie ad un progetto regionale abbiamo allestito un vero e proprio laboratorio su 4 ruote, dove metteremo a punto nuove tecnologie per la mobilità autonoma e interconnessa.
Il cerchio si chiude nella possibilità di riportare il valore acquisito sul campo, nelle nostre attività didattiche, per realizzare, forse, non solo un “trasferimento tecnologico”, ma probabilmente un “interscambio tecnologico”.

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