Liliana Segre fra i giovani come una rock star: “Scegliete la vita”

Focus

La neo senatrice a vita alla prima uscita pubblica dopo la nomina: “La mia speranza è che tra di voi ci sia una candela della memoria”

Sono venuti tutti a sentire “nonna Liliana”. Tanti, tantissimi ragazzi, circa 2400 tra studenti di terza media e delle superiori, anche delle scuole ebraiche. Sono venuti da tante regioni fino al Teatro degli Arcimboldi di Milano per ascoltare. E lo hanno fatto in religioso silenzio, come si fa con una storia dura ma che non può essere dimenticata.

La protagonista della giornata è la neo senatrice a vita Liliana Segre, non di certo nuova a questo tipo di incontri perché ai “miei più cari nipoti è destinata la mia storia”, con la speranza che “tra di voi ci sia una candela della memoria”. Ad ascoltarla, tra gli altri, anche l’assessore al Welfare del Comune, Pierfrancesco Majorino, il sottosegretario alla presidenza di Regione Lombardia, Gustavo Cioppa, e Ferruccio de Bortoli, presidente della Fondazione Memoriale della Shoah.

La senatrice a vita, per nomina del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, racconta la sua storia.

La “mia storia” parte da Milano, in una casa “bella e felice” della borghesia milanese. Su quella casa benestante di una famiglia italiana di origine ebraica si abbatte la deriva fascista che trova il culmine con l’approvazione delle leggi razziali del 1938: “Avevo 8 anni e mio padre mi comunicò che ero stata espulsa dalla scuola. Perché mi chiedo ancora oggi con agitazione, cosa avevo fatto per meritare un provvedimento del genere? Avevo avuto solo la colpa di nascere in un certo modo, capii più tardi. E oggi, come da quando ho iniziato a raccontare questa storia, mi chiedo, cosa avremmo fatto noi in quel contesto? E’ importante la risposta, perché questa è una storia che riguarda tutti noi, in un momento in cui l’antisemitismo e l’odio razziale, nascosto dietro il concetto di identità, é vivo e vegeto in Europa”.

All’epoca, racconta Segre, la reazione fu di indifferenza, “si scelse di girare la faccia dall’altra parte”, escludendo solo la solidarietà degli amici più stretti, “quelli con la A maiuscola”. All’inizio della guerra la decisione di rifugiarsi nella campagna brianzola, fino a quando ci fu l’armistizio del 1943 e l’Italia del Nord cadde sotto il controllo nazista, “e iniziò la caccia agli ebrei”.

“Cercammo di fuggire attraverso le montagne per raggiungere la Svizzera: chiesi asilo lì ma fui respinta, con grande disprezzo e scarso senso di umanità”. Per la presidente dell’Associazione Figli della Shoah, si aprirono allora le porte del carcere, a Varese, a Como e a San Vittore, “nella stessa strada dove ero nata”. Nel quinto raggio sperimentò la “pietas dei detenuti, cui sarò grata per sempre: un’arancia, una parola di incoraggiamento che in quegli anni drammatici non ricevemmo da nessuno”.

Nel quinto raggio le famiglie dei perseguitati stavano tutte insieme, e quella “fu la mia ultima casina con papà, la persona che ha segnato di più la mia vita, più di mio marito o di mio figlio, che porta il suo nome, Alberto. Chi l’ha detto che i genitori sono sempre fortissimi e vincenti? Possono essere deboli e perdenti, come lo era papà quando tornava dagli interrogatori della Gestapo. In quel momento era un fratello, un figlio, aveva bisogno di me, aveva vergogna di avermi messo al mondo. Sognava per me un futuro da principessa, sperava che fossi felice, e si ritrovava con invece la figlia in un carcere. Come potevo guardare dritto nei suoi occhi rossi e fingere che fossi serena?“.

La deportazione

Dal “ventre nero” della stazione Centrale, dal binario 21 dove partivano i carri bestiame, partirono, in quegli stessi vagoni, gli ebrei italiani verso i campi di sterminio nazisti, “per essere in effetti mandati al macello, gasati e bruciati”. Del viaggio ricorda “il silenzio: davanti alla morte non ci sono parole, si tace, si stringe la mano delle persone care, ci si abbraccia e ci si bacia con le persone che si amano e ci amano; e così viaggiammo io e mio padre”. “All’arrivo ad Auschwitz ricordo il latrare dei cani lupo e dei dobermann che ancora oggi a vederli mi terrorizzano, la confusione, le grida, gli ordini urlati intedesco: ‘gli uomini di qua, le donne di là, vi registriamo e stasera vi ricongiungete’, ci fu tradotto. Fingemmo di crederci, perché volevamo vivere. Fu l’ultima volta che vidi papà: nessuno dei due voleva che l’uno scorgesse la disperazione dell’altro, io provai a fargli dei sorrisi e un saluto a quell’uomo che mi chiedeva scusa di avermi messa al mondo”.

Segre sopravvisse. Sopravvisse non per particolari abilità, anzi, “ero più stupida delle altre prigioniere”: è stato “solo un caso”, magari è “stato il destino che ha voluto che oggi fossi qui a raccontare la mia storia a miei nipotini più cari”; di sicuro “scelsi la vita perché è bella e ti dà sempre un’opportunità“. Per questo “inorridisco quando sento di ragazzi che si suicidano per un voto brutto o perché sono state vittime del bullismo: allora a voi dico, reagite, provate disprezzo per loro, i deboli sono i bulli, loro sono i perdenti, scegliete la vita come feci io che, pur di sopravvivere, ero diventata una lupa affamata”, senza cadere nella trappola della vendetta, scegliendo di parlare ai ragazzi di “libertà e pace, da donna libera e di pace quale sono ancora oggi”.

Giorno della memoria

Le celebrazioni per il giorno della memoria vedranno domani, 25 gennaio, al Quirinale l’esordio della nuova senatrice a vita Liliana Segre. Nel corso della cerimonia, che sarà trasmessa in diretta su Rai1, il presidente Sergio Mattarella terrà un discorso. L’evento di domani assume una particolare importanza perché cade a 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali.

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